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La pagina Facebook di Gianni Morandi conta oltre 1 milione di like, il suo ultimo contenuto può vantare circa 30.000 like, 2.000 commenti e 1.402 condivisioni, dando un valore di moltiplicazione 1 ai like, 2 ai commenti e 3 alle condivisioni (come espressione di potenza dello sforzo del fan) otteniamo circa 40.000 reazioni ed una reach assolutamente impattante proprio in ragione del numero delle condivisioni. Tenendo anche conto che più il numero dei like ad una pagina è alto, più si abbassa la reach di quella pagina. Dei dati di interazione molto interessanti quindi, che fanno il paio con quelli di altre due pagine interessanti: la prima è “ogni giorno la stessa foto di Toto Cutugno” che si garantisce, pubblicando appunto ogni giorno la stessa foto, circa 3.000 like su una fanbase di 30.000 persone. La seconda è invece un progetto molto serio che abbiamo seguito da vicino, si tratta di IdeaCalcio, una pagina verticale sul mondo del pallone che, senza alcuna spinta in termini di advertising, raggiunge dati di fanbase e condivisione, ma soprattutto commento palesandosi una vera fanzine, tutti da scoprire. Questi tre casi non ci parlano di pagine aziendali gestite a puntino, ma ci parlano di:

  • una persona famosa che gestisce la sua immagine
  • una pagina con contenuti ironici al limite dello scibile umano
  • una pagina con contenuti molto tecnici

Quali sono i driver utilizzati ognuna di queste pagine per fare breccia sul proprio pubblico? Io dico:

  • voyeurismo e contatto diretto con i fan, la possibilità di “toccare con mano” Gianni Morandi
  • frivolezza e voglia delle persone di rilassarsi senza pensare a nulla con contenuti assolutamente ironici
  • voglia di scoprire e ottenere informazioni e conoscenza gratis (se vogliamo questa è l’esperienza che più ha sostituito i blog / forum del passato, anche se Ideacalcio ha un blog)

Cosa possiamo imparare?

Ma.. perché tanto successo? Cosa possono imparare i brand? Queste pagine sono “goffe”, sono gestite con genuinità, qualche sgrammaticatura, il “noi” al posto di un più impersonale ed educato tono di voce. Però queste pagine sono vere, vediamo 5 cose che come community manager aziendali possiamo imparare da Gianni Morandi e la sua gestione:

Produrre contenuti pensati per il proprio pubblico: se Piero Pelù parlasse di gramigna al ragù e festa della parrocchia sarebbe deriso, invece Gianni Morandi genera contenuti che partono dall’immaginario che egli incarna. La sua “vision” e la sua “mission” incrociano perfettamente la percezione che le persone hanno di lui. Quasi avesse fatto un’analisi della rete (awareness e sentiment) prima di costruire ogni contenuto

La risposta ai commenti degli utenti è spesso immediata e personalizzata, Gianni è sul pezzo e “si spende”, prendiamo ad esempio una sua risposta:

gol

Il contenuto esclusivo fa impazzire gli utenti? Ecco un piccolo video con tanto di schermata di sfondo della sua pagina Facebook, un contenuto pensato solo per la sua community, un contenuto “user centrico” e “vero” (si, anche un po artigianale), ma non “azienda centrico”

Il contenuto deve essere valorizzato, ecco quindi una foto (con credits ad Anna assegnati), ad ogni immagine Gianni associa un piccolo ricordo, una piccola storia, un piccolo segreto da condividere con “chi beve il caffè con lui”

La voce degli altri. Quante volte avete visto sulla pagina aziendale una foto di un consumatore? Pochissime. Gianni invece ci regala “la selfie col camionista“, dimostrando che la sua pagina è aperta a tutti

What’s in that for me?

La lezione da portare a casa è molto semplice, ed uso le parole della brava Miriam Bertoli (non so se è anche brava a cantare) per chiudere questo post del sabato: “servire a qualcuno e rispondere a un bisogno, quante pagine branded lo fanno?”. Questa è l’unica legge da portare a casa, ora il tema vero è: quante pagine aziendali dovrebbero chiudere?

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