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Full-funnel e conversational marketing: perché la lead generation non basta più

Per molto tempo la lead generation è stata letta attraverso una metrica principale: il costo per contatto. Ma un lead economico non è necessariamente un buon lead.

Se non risponde, non è realmente interessato o non arriva mai all’appuntamento, il CPL racconta solo una parte della storia.

Oggi la domanda da farsi non è quindi solo “quanti contatti stiamo generando?”, ma soprattutto “quali contatti stiamo generando e cosa succede dopo?”

Dal costo per lead alla qualità del percorso

Fare performance costa di più: nel 2025 il CPC medio su Google Ads è cresciuto del 13% e l’aumento ha coinvolto la grande maggioranza dei settori analizzati.

Continuare a intervenire soltanto su budget, targeting o modulo rischia quindi di non essere sufficiente.

La qualità di un contatto si costruisce lungo tutto il percorso:

  • prima della conversione, quando una persona conosce e valuta il brand;
  • durante il contatto, quando esprime esigenze e intenzioni;
  • dopo, quando la relazione deve trasformarsi in un’azione concreta.

È qui che entra in gioco una logica full-funnel.

Un ruolo diverso per ogni fase del funnel

Una strategia full-funnel non significa semplicemente aggiungere campagne di awareness alla performance, ma attribuire a ogni fase un obiettivo preciso:

  • Conosco: costruire riconoscibilità prima ancora che nasca una ricerca attiva.
  • Desidero: aiutare la persona a immaginare concretamente il prodotto o il servizio.
  • Mi relaziono: trasformare l’interesse in una conversazione.
  • Agisco: accompagnare il contatto verso l’appuntamento o la conversione finale.

Cambiano quindi canali, creatività e soprattutto KPI. Copertura e view rate hanno senso nella parte alta del funnel, traffico qualificato e CTR nella consideration, conversazioni e contatti nelle fasi successive.

Non tutto deve generare direttamente lead per avere valore. L’awareness, per esempio, può rendere più efficaci le campagne che intercettano successivamente una domanda già più consapevole.

Dal modulo alla conversazione

C’è poi un altro tema: l’attrito.

La conversione mediana di una landing page è del 6,6%, mentre oltre otto visite su dieci arrivano da smartphone. Allo stesso tempo, la probabilità di qualificare un contatto diminuisce rapidamente con il passare del tempo.

Il classico percorso “compilo un form e aspetto di essere richiamato” può quindi creare una distanza significativa tra interesse e risposta.

Il conversational marketing prova a ridurre proprio questa distanza.

WhatsApp, per esempio, può diventare il punto di collegamento tra advertising, CRM e relazione commerciale: un utente entra in chat da un annuncio o da un altro touchpoint, risponde a poche domande, riceve contenuti utili e può essere accompagnato verso l’appuntamento. Le informazioni raccolte possono poi confluire nei sistemi aziendali.

Cosa rende efficace un flusso conversazionale?

Un buon flusso deve essere semplice: poche domande, risposte rapide tramite pulsanti, nessun vicolo cieco e integrazione con il CRM fin dal primo giorno. E deve esserci qualcuno pronto a intervenire quando la conversazione richiede un passaggio umano.

Il punto non è raccogliere più informazioni possibili, ma raccogliere quelle realmente utili per comprendere bisogni, tempi e intenzioni della persona.

Ridurre l’attrito, infatti, non significa necessariamente eliminare tutte le domande: semplificare troppo può aumentare il volume dei contatti e contemporaneamente peggiorarne la qualità.

Il vero KPI arriva dopo il lead

Il passaggio più importante è quindi anche culturale: spostare il focus dal contatto al risultato che quel contatto genera.

Un CPL basso può sembrare positivo, ma perde significato se una quota ridotta di lead prosegue nel percorso. Per questo, accanto alle metriche advertising, diventano centrali KPI come: contatti qualificati, conversazioni avviate, appuntamenti fissati, appuntamenti effettivamente svolti e conversioni finali.

Il principio è semplice: la qualità di un contatto si costruisce prima del modulo e si conferma dopo.

In un ecosistema sempre più competitivo, la vera opportunità non è quindi ottimizzare un singolo touchpoint, ma progettare meglio il percorso che collega awareness, interesse, conversazione e conversione.

 
 
AUTORE

Giulia Cecchinato

Giulia Cecchinato è Performance Manager in Marketing Arena, dove gestisce e ottimizza progetti di advertising complessi con un approccio analitico e orientato ai risultati. Affianca alla consulenza l’attività di speaker e docente per CUOA, il Master in Sport Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e l’Università degli Studi di Vicenza, portando in aula casi studio, metodo e visione sul performance marketing.
 
 

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