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Le Voice User Interface sono il corrispettivo delle Graphic User Interface (GUI) con la differenza che gli input non vengono digitati su tastiera – fisica o virtuale che sia – ma impartiti a voce.
Si tratta di una tecnologia in via di sviluppo da decenni oramai. Il primo tentativo, infatti, è stato realizzato nei “Bell Laboratories” quasi 70 anni fa, nel 1952 per l’esattezza.

Il sistema di speech recognition dal nome “The Audrey” riusciva a captare poche parole pronunciate da un singolo utente e fornire degli output elementari. Niente a che vedere con i moderni sistemi, insomma.

Siri, sei capace di intendere e di volere?

Oggi tendiamo ad associare le VUI alle Intelligenze Artificiali che utilizzano complessi algoritmi di autoapprendimento e avrebbero la pretesa di dialogare con gli esseri umani, quasi a sfidare il test di Touring.
Ovviamente siamo ancora lontani dal conversare con l’auto come Michael Knight. Anzi, al momento, i big player si sono “macchiati” di over promising verso i propri utenti. Vi sarà sicuramente capitato di incappare in uno dei tanti Meme che sbeffeggiano Siri in merito alla sua incapacità di comprendere qualsiasi cosa gli venga chiesto.

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Le interfacce vocali che stiamo utilizzando sono di tipo command and control: “ok Google, riproduci Master of puppets dei Metallica su Spotify”. Non hanno nulla di conversazionale. Se sbagli intonazione, pronunci male una parola o usi una sintassi diversa, il sistema restituisce picche. Pertanto, si potrebbe entrare in un loop infinito di “non ho capito”, “forse volevi dire”, ecc. Insomma, non proprio il massimo come esperienza utente.

Vocal research is on the rise

Nonostante l’esperienza utente sia perfettibile, i dati degli ultimi anni mostrano un incremento delle ricerche vocali. Google dichiara che circa il 20-25% delle queries di ricerca su dispositivi mobili Android vengono lanciate tramite voce. Apple ci dice che il 19% dei suoi utenti utilizza Siri quotidianamente. Amazon ad oggi vanta circa 15 milioni di Amazon Echo in circolazione che vengono usati regolarmente, mentre Google Home si ferma ad una diffusione di “appena” 5 milioni di unità.

Sommando la base clienti di tutti questi player, si raggiunge un numero di qualche miliardo di potenziali utenti. A ciò va aggiunto che appena un anno fa Mark Zuckerberg scriveva su Facebook:

So far this year, I’ve built a simple AI that I can talk to on my phone and computer, that can control my home, including lights, temperature, appliances, music and security, that learns my tastes and patterns, that can learn new words and concepts, and that can even entertain Max.

A valle di queste considerazioni, non è impossibile assecondare le proiezioni che vedono la ricerca vocale coprire il 50% delle ricerche globali nel 2020. Il che vuol dire che, sul piano web, le VUI saranno quello che i dispositivi mobili sono stati per i pc desktop.

La fine della percezione di marca

Immaginiamo una diffusione massiva dell’IoT in grado di associare all’entità consumatore dati provenienti dal frigorifero, dispensa, televisione, auto, social network e altro. Dunque, ipotizziamo che questa rete neurale di apparecchi suggerisca acquisti, abitudini, letture, ascolti. Mi chiedo, come potrebbe un brand trovare collocazione in questo disegno? Cosa dovrebbero fare le aziende per costruire la propria identità e rendersi riconoscibili sul mercato?
In effetti, qualcuno preconizza una minaccia ai brand in questo scenario futuribile proprio perché verrebbero a mancare alcuni capisaldi del loro valore.

  • Elementi tradizionali del Brand (Logo, Colori, Tone of voice, packaging ecc.)
  • Elementi del brand guidati dall’AI (Tone of voice, Esperienza utente, Esito dell’interazione)

Le aziende che producono commodities, ad esempio, potrebbero essere le prime a risentire di questa variazione. Già oggi, un utente che chiede ad Alexa “voglio comprare batterie” riceve come unico risultato la linea di batterie Amazon Basics. Va da sé che per affinare il risultato, l’utente dovrebbe accompagnare alla query un prefisso o un modificatore: “Alexa, voglio comprare batterie PlusEnergy!”
Tuttavia, anche il dato sui top of mind brand o ricerche brandizzate non è entusiasmante. Si riduce sensibilmente il numero di persone che riesce a indicare un brand preferito, così come si riducono il numero di ricerche brandizzate (query + brand). Ciò vuol dire che l’utente, non riuscendo a esprimere una preferenza, potrebbe scegliere di affidarsi alla capacità dell’AI di dare consigli.

Come prepararsi al cambiamento

Non esistono ancora dati certi sull’utilizzo delle VUI, quindi è impossibile fornire indicazioni puntuali. Sappiamo però che, ad esempio, le ricerche vocali su google sono molto specifiche. Pertanto, chi fa SEO potrebbe iniziare a lavorare su long tail più naturali che includono anche verbi d’azione, e lavorare sulle SERP locali che saranno preponderanti rispetto a quelle globali.

  • Ricerca tradizionale: “spiagge vicino Livorno”
  • Ricerca vocale: “voglio andare al mare vicino Livorno”

Anche chi si occupa di UI/UX dovrebbe iniziare a contemplare il Voice Design, oppure la Voice User Experience, come nuovo output del proprio lavoro.
Amazon mette a disposizione uno spazio gratuito sul cloud per sviluppare Skills per la sua creatura, Alexa. Le skills sono estensioni delle capacità di Alexa, una sorta di Knowledge Base di pensieri e azioni. Ad oggi, sono più di 27mila le skills già sviluppate, e alcune provengono da player come Starbucks, Uber e Capital One.
Purtroppo non è ancora possibile far dialogare i brand direttamente con Alexa. Quindi se state pensando di associare la voce di Russel Crow al nuovo Lavasciuga Paperoga, abbandonate ogni velleità: al momento l’unica abilitata a parlare è Alexa.
Per concludere, la ricerca vocale e l’intelligenza artificiale sono realtà. Ecco perché molti professionisti del settore hanno già iniziato a sviluppare linee guida di Conversation Design, Vocal Design, ecc.
Per approfondire, vi consiglio di leggere questo articolo pubblicato su uxdesign.cc. È ricco di ottime riflessioni, alcune delle quali hanno ispirato la composizione di questo post.

Anche i marketer non possono far altro che restare aggiornati e sperimentare fin tanto che la tecnologia è giovane. In tal modo, saremo tutti pronti a sfruttare le opportunità quando sarà il momento.

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