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Le abituali critiche agli Hackathon sono legate al dubbio che siano operazioni più cosmetiche che di contenuto, che in un breve tempo si possano raggiungere risultati di facciata e non strutturali, e che – chiusi e laptop e salutati i nuovi amici – sia difficile far crescere progetti nati in contesti congiunturali.

Così sono tornata a Ginevra al Cern, un paio d’anni dopo la mia prima visita – ero stata già là nel 2012 per visitare la mostra “Universe of particles”, una delle case history della mia tesina del master in Giornalismo e comunicazione per la Scienza. Sono stata selezionata per partecipare al Tribeca Hack Story Matter, organizzato dalle Digital Initiatives del Tribeca Film Institute e dal Cine Globe del Cern. Obiettivo: esplorare nuovi modelli di storytelling nel campo della comunicazione della scienza.

L’hackathon è durato cinque giorni, dal 15 al 19 marzo; giorni (e notti) intensi, per i quali è obbligo ringraziare Opeyemi e Amelie del Tribeca Film Institute, che hanno saputo dare il giusto ritmo ai lavori, si sono prese cura di tutti noi partecipanti gestendo micro (e macro) momenti di crisi, superentusiasmi, cali di zuccheri, smarrimenti lungo la strada dalla reception del Cern alla Cafeteria.
Momenti collettivi gestiti in modo tale da creare, in solo 5 giorni, un gruppo realmente affiatato: 43 persone che più eterogenee non le so immaginare, arrivate – e non è un modo di dire – da tutto il mondo.

Ricordandoci sempre che, in fondo, si era lì anche per divertirsi.

Ho apprezzato che i team fossero già stati definiti, evitando quelle dinamiche da composizione della squadra di pallavolo nell’ora di ginnastica; ogni gruppo di lavoro era composto da uno scienziato, uno storyteller, un designer, due technologist e un “blackbox”, vale a dire qualcuno difficilmente incasellabile in una sola competenza.
Lo staff del Tribeca Hacks aveva elaborato le combinazioni delle varie figure professionali; il mio team (il team n. 7, autoribattezzato (C)antmatter) si è trovato così composto da Nadja Oertelt, ufficialmente lo “scienziato” del gruppo, che però si occupa soprattutto di produrre e realizzare documentari; Julia Stein (JULIACKS), artista crossmediale attualmente in residenza in Europa, Adria Le Boeuf, blackbox, ricercatore a Losanna con la passione del teatro e il sogno di insegnare agli scienziati le gioie del public speaking, E i due tecnologist: Mike Robbins, partner a Helios Design Labs a Toronto, e Joao Pequenao, del CERN Media Lab. E poi, come designer, io.

Al momento di presentarci, Adria ci ha spiegato il suo lavoro di ricercatore: studiare il comportamento delle formiche. Lo ha fatto portando le formiche con sè, in un piccolo box di plastica direttamente dal suo laboratorio. Lì per lì non abbiamo dato troppo peso a questa bizzarria ma, dopo due giorni di discussione sulla scelta del tema del nostro progetto, è stato evidente la compagnia degli insetti aveva avuto un peso.

Il team ha deciso di lavorare sul concetto di emergenza, meglio in effetti dirlo in inglese, emergence.
Emergence, concetto comune a più discipline (artistiche, scientifiche, filosofiche, sociologiche), è quel meccanismo per cui sistemi complessi si vanno a formare attraverso l’interazione di elementi più semplici. I fiocchi di neve, le architetture delle colonie di termiti, il modo in cui si compongono stormi e sciami sono esempi classici. Ma anche teorie economiche, o urbanistiche attingono al concetto di emergence.

Il nostro team ha scritto quattro storie e le ha messe in scena con stili differenti per ciascuna. L’idea di fondo è la creazione di uno spazio in cui la “convergenza” di più individui ed elementi sia contemporaneamente sia il tema delle narrazioni che la modalità per passare da una situazione narrativa alla successiva.

Abbiamo allestito uno spazio performativo in cui gli ingressi delle persone erano monitorati da un kinect che, attraverso qualcosa di piuttosto nerd che forse non so spiegare del tutto, inviava delle informazioni a una piattaforma Unity che a sua volta dialogava con i vari frammenti narrativi. Nel beta test dell’installazione abbiamo impostato step narrativi attivati dall’ingresso e dalla prossimità di un numero da uno a sei persone. A dire: se vuoi sapere come va a finire la storia, devi essere in buona compagnia.

Il processo è stato faticoso. Chiudere 6 professionisti che non si sono mai visti prima, per quanto tutti talentuosi e motivati, in una scatola e “mescolare”… non è una formula magica che dà per certo il risultato ottimale. Ma, d’altra parte, aver raggiunto i risultati i soli cinque giorni è la prova che le persone giuste, con la volontà di fare, possono raggiungere risultati importanti. Il processo è il pezzo più importante.

I progetti degli altri gruppi sono entusiasmanti: li potete vedere tutti cliccando qui , o forse lasciarveli raccontare meglio di come farei io da questo speciale che vi ha dedicato bbc L’elemento trasversalmente presente in tutti, in ogni caso, è la ricerca di un sistema narrativo valorizzi le emozioni di chi “ascolta” la storia. In alcuni progetti a rilevare questo tipo di informazione è un sensore per le onde cerebrali che tiene traccia di come l’utente reagisce in una esperienza immersiva; in altri la narrazione è più tradizionale e fa leva sullo stato emotivo generato da step di decision making nella scelta della cura più giusta per un bambino malato.

Mi devo ricredere anche sul rischio del “mordi e fuggi”; stiamo ancora lavorando su Emergence, per costruire una piattaforma digitale che permetta un’esperienza affine a quella dello spazio fisico anche online: TFI non ci ha “abbandonati” ma sono pianificati diversi momenti nel 2014 in cui sarà possibile dare seguito all’esperienza.

Intanto, Emergence va in scena all’Interactive Playground nell’ambito del Tribeca Film Festival il prossimo sabato 26 aprile (il programma). Wish us good luck!

Ecco il video realizzato dalle Digital Initiatives del TFI su Story Matter

Video Credits Tribeca Film Institute

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