“La verità è raramente pura e non è mai semplice.”

Questa frase di Oscar Wilde racchiude tutta la sostanza della sua commedia – The Importance of Being Ernest. L’assonanza voluta da Wilde (Ernest – Honest, Ernesto – Onesto, che in italiano potremmo ritrovare nel nome Franco) aveva lo scopo di smascherare le contraddizioni di una società inglese perbenista, che dietro una fitta cortina di apparenze finge il rispetto di grandi qualità umane, quali l’onestà. La trama infatti ruota intorno ad una serie di equivoci e bugie più o meno innocenti che partoriscono altri equivoci e ad altre bugie, in un crescendo di misunderstanding che fortunatamente trovano soluzione in un lieto fine.

L’autore si fa gioco dell’atteggiamento di coloro che, abbagliati “dal nome”, non mostrano di provare alcun interesse verso la sostanza della persona. La rilevanza è riservata all’apparire mentre l’essere resta confinato in secondo piano. Denunciando un simile costume, Wilde pone l’accento sulla pericolosità delle fake news – diffuse sul nostro conto e su quello di altri.

La morale è estremamente chiara.

Ma chi sostiene di non aver mai detto una bugia in vita sua, sta con molta probabilità mentendo!

Wilde ne era consapevole ma è con lo studio del 1977 (I’m sorry, I didn’t mean to, and other lies we love to tell), che lo psicologo sociale Jerald Jellison documenta che in media le persone sono solite mentire dalle 10 alle 200 volte al giorno.

Tutti mentono, tutti in modo diverso

Se è un dato di fatto che tutti mentano, è pur vero che non tutti mentiamo allo stesso modo; diventa quindi fondamentale capire le differenze tra bugia e falsità, tra bugiardo e impostore.

Innanzitutto, partiamo da uno studio dell’Università di Harvard che attesta che le persone tendano a mentire meno la mattina rispetto alla sera: il morning morality effect spiega come la moralità sia legata a doppio filo con la stanchezza. Anche se, a rigor di logica, si potrebbe pensare che occorra una certa lucidità mattutina per creare realtà alternative coerenti che possano supportare una bugia, in realtà l’autocontrollo personale arrivati a sera scema – ed è per questo che man mano che passa la giornata si assiste all’aumento di unethical behaviors, ovvero comportamenti più trasgressivi e antisociali, tra cui appunto le bugie.

Nel suo Ted Talk How to spot a liar del 2011, la psicologa Pamela Meyer sostiene inoltre che mentire sia un atto collaborativo.

In effetti la menzogna non ha alcun potere di per sé; il potere emerge quando l’interlocutore accetta di credere alla bugia.

Alcune volte partecipiamo all’inganno per mantenere una dignità sociale, o per mantenere un segreto che non deve essere svelato. (leggi: Sì grazie, va tutto bene!; No, non sei ingrassata!; Scusa, mi era finita la tua mail in spam!)

Ma ci sono delle volte in cui partecipiamo all’inganno nostro malgrado: spesso crediamo alle menzogne che soddisfano un nostro bisogno o che ci promettono qualcosa che desideriamo. Con la menzogna cerchiamo di colmare il divario tra i nostri desideri, le nostre fantasie su chi vorremmo essere o diventare, e quello che siamo in realtà.

Mentire è complicato ma fa parte della nostra cultura, del tessuto della nostra vita pubblica e privata. Siamo contro la menzogna ma intimamente la accettiamo, in modi che la nostra società approva da secoli e secoli.

Inoltre, mentire ha un valore evolutivo per la nostra specie: i ricercatori sanno da studi consolidati che nella specie più intelligente, più estesa è la neocorteccia e maggiore è la tendenza all’inganno.

Riallacciandoci al principio di selezione naturale di Darwin, tutti noi siamo portati a perseguire la versione migliore di noi stessi, ma per farlo siamo disposti a ricorrere molto presto alla menzogna.

Quanto presto? Meyer evidenzia ad esempio che i neonati possono piangere per finta; a 1 anno i bambini iniziano a nascondere le cose e a 2 iniziano a bluffare; a 5 anni mentono di proposito e manipolano usando l’adulazione; da teenager si mente con i propri genitori con una media di una volta ogni 5 interazioni.

Alcuni ricercatori sostengono che mentire sia un segno di intelligenza precoce, poiché la mente inizia a costruire una meccanica di strategie finalizzata al miglioramento delle relazioni e all’approvazione da parte degli adulti, iniziando ad immaginare quello che “i grandi” possono credere e volere per ottenere le reazioni che più desiderano.

Insomma, mentire è faticoso ma lo diventa meno più ci si abitua a dire le bugie.

Per i ricercatori dell’University College London, il cervello si adatta alla disonestà, ovvero più si acquisisce dimestichezza nel dire bugie più diminuisce il disagio etico che si prova nel commettere peccato. I risultati evidenziano inoltre quello che viene chiamato come “effetto palla di neve”: prima si inizia a mentire, più ci si adatta a farlo e maggiori diventano i piccoli atti di disonestà – che degenerano in bugie sempre peggiori e complesse.

I colori della menzogna 

Le bugie però non sono tutte uguali, e possono essere distinte in tre macro categorie, dai colori diversi a seconda della gravità dei loro toni:

  • le bugie bianche, le famose white lies – le bugie innocenti, ovvero quelle dolci falsità che usiamo quando dire la verità sarebbe eccessivamente complicato, scomodo o tedioso. Le bugie bianche consentono di censurare verità dannose, riformulare fatti socialmente imbarazzanti e aggirare l’inevitabile spiacevolezza che seguirebbe ad una conversazione risolutamente onesta;
  • le bugie blu, un termine recentemente portato all’attenzione da Scientific American, che descrive il “mentire nel nome del bene collettivo”. Se le bugie bianche uniscono le persone, le loro sorelle blu favoriscono solamente il bugiardo e il suo gruppo di appartenenza (amici, familiari, colleghi, sostenitori, seguaci…). Hanno l’obiettivo di accrescere l’identità di un gruppo, la sua coesione e il suo successo, a scapito di chi ovviamente non fa parte di quella “cerchia”. Sono allo stesso tempo egoiste e benefiche; rivelano lealtà, capacità di collaborare e di prendersi cura delle persone che ci circondano ma al tempo stesso mostrano la predisposizione umana a odiare e disumanizzare gli “estranei”, incoraggiando aggressività e competizione;
  • le bugie nere, ovvero quelle di peggior tipo – le egoistiche, definite come una “rappresentazione deliberatamente ingannevole dei fatti al fine di ingannare”. Sono dette a scopo predatorio, per tirarsi fuori dai guai o ottenere qualche beneficio immeritato a scapito di qualcun altro, sfruttando l’ingannato per interesse personale. Colpiscono gravemente le relazioni ed erodono la fiducia, e caratterizzano personalità narcisistiche ed egocentriche – che manipolano gli altri senza nessun senso di colpa.

Infodemia, troppe notizie fanno male

La più recente crisi mondiale – ovvero quella riferita al Covid-19 – si è alimentata di questo putrido pantano di bugie, costituito per la maggior parte di disinformazione.

Questa malsana ipertrofia di informazioni ci ha investito tutti quanti, non meno del virus.

E lo ha certificato anche un’istituzione internazionale, e non una a caso: l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – che si occupa innanzitutto della salute degli esseri umani – sta cercando di trovare una cura all’infodemia, sottolineando che forse “il maggiore pericolo della società globale nell’era dei social media è la deformazione della realtà nel rimbombo degli echi e dei commenti della comunità globale su fatti reali o spesso inventati”. (Leonardo Becchetti, Avvenire.it, 5 febbraio 2020, Opinioni).

L’infodemia – dall’inglese infodemic, a sua volta composto dai termini info(rmation) (‘informazione’) ed (epi)demic (‘epidemia’) – secondo quanto documentato da Licia Corbolante nel suo blog  Terminologia etc è una parola d’autore, coniata da David J. Rothkopf, il quale ne ha trattato in un articolo comparso nel quotidiano Washington Post, When the Buzz Bites Back.

Sono due le varianti che continuano a incrementare questo fenomeno: da una parte gioca la grande massa di notizie sconnesse che hanno investito ciascuno di noi, e dall’altra la difficoltà che hanno le persone nell’isolare le fonti di informazione.

Viviamo in un’era di distrazioni all you can eat: la disinformazione e le bufale galoppano e influenzando il modo in cui le persone apprendono e interpretano le informazioni.

In ogni istante della nostra quotidianità, siamo costantemente bombardati da un’enorme quantità di dati che rendono difficile poter selezionare e fruire di fonti di qualità in modo razionale e responsabile – rischiando di lasciarsi travolgere da un agglomerato di affermazioni false che costituiscono una seria minaccia per la salute pubblica e gli equilibri mondiali.

L’origine di tutto

Perché accade tutto questo? L’origine di tutto si può ricercare nello sviluppo di una trinità di soggetti che fino a 20 anni fa nemmeno esistevano: Google, Facebook e Twitter, che poi hanno figliato una sequela di altri social network affini.

I cambiamenti digitali e tecnologici degli ultimi anni riguardano soprattutto la diffusione e l’espansione dell’accesso a Internet, che ha cambiato le regole delle interazioni sociali – portandole ad un ritmo accelerato – trasformando gli aspetti culturali, comportamentali e di consumo. Per una generazione più giovane – nativa digitale – questi nuovi contesti di relazione sono vissuti come normalità ma per la restante enorme fetta di popolazione, questo approccio può ancora rappresentare fonte di stupore, sfiducia, paura o addirittura rifiuto.

I social hanno disegnato un nuovo ecosistema: le informazioni vengono prodotte, fruite e ricondivise così in fretta che non se ne riesce a capire fino in fondo nemmeno il funzionamento, le conseguenze e soprattutto le regole.

Tutto questo origina un paradosso per cui in rete all’aumentare della fruizione e distribuzione delle notizie, cala il costo medio di produzione e di qualità delle stesse; per cui gli utenti saranno sempre più incentivati a spendere il proprio tempo nel cercare e consumare dati più irrilevanti e di origine dubbia.

(T)rolling in the deep

Ma perché le fake news navigano così tanto velocemente?

Di base perché sono confezionate ad hoc, alterate perché risultino più appealing ad ogni singolo utente profilato. Sono radicali, sempre nuove e coinvolgenti: muovendo sentimenti quali la paura, l’indignazione e la rabbia e parlando alla parte emotiva del nostro cervello, raggiungono molte più persone in poco tempo e diventano capillari, offrendo anche una redditività più alta agli inserzionisti pubblicitari rispetto alle notizie fondate. Questo perché hanno un costo di produzione veramente insignificante non avendo bisogno di ricerca, fonti verificate, indagini sul campo e preventiva preparazione per venire confezionate.

Non è purtroppo questione di algoritmi: sono gli utenti stessi a incrementare la diffusione delle fake news. Una notizia falsa infatti ha il 70% di probabilità di essere ricondivisa sui social rispetto ad una vera, soprattutto se parla di politica, guerra e terrorismo, scienza e tecnologia.

La condivisione di uno scoop sui propri profili personali porta con sé un senso di potere e superiorità: l’utente medio sente di portare alla collettività una nuova maniera di capire il mondo e una lente utile per prendere decisioni, due peculiarità che definiscono quel tipo di personalità narcisistica che popola di fatto l’ultima decade sui social.

Le bugie sono più potenti della verità. E lo dimostra anche il fatto che effettivamente sia più alta la percentuale di persone che diffondono notizie false, piuttosto che quelle che le producono. Anzi, il profilo del troll tipo – il singolo utente isolato che ha il solo scopo di destabilizzare i contenuti che circolano in rete – è assolutamente diverso da quello che ci potremmo aspettare: mediamente attivo, poco popolare e con pochi seguaci, iscritto ai social da relativamente breve tempo.

Distorsioni del giudizio

Ciò che inoltre fa ulteriormente gioco alla diffusione delle fake news è la mastodontica mole di informazioni e di dati da cui veniamo investiti giornalmente, che ci rende impossibile cercare di elaborarli tutti assieme in una maniera veloce e metodica.

Per questo applichiamo delle scorciatoie di pensiero – chiamate euristiche – che ci semplificano il processo di analisi, ma che possono causarci distorsioni del giudizio.

Come spiega Anna Maria Testa nel suo articolo di Internazionale, questo accade per 3 motivi principali:

  • è più facile ricordare eventi, azioni e fenomeni che ci hanno riguardato di recente, perché la nostra memoria a breve termine è più ricca di dettagli rispetto a quella a lungo termine;
  • ricordiamo meglio le immagini che i testi, con accento su eventi eccezionali che esulano dalla norma e con narrazioni vivide ed emozionanti;
  • giudichiamo l’importanza e la gravità di un evento in base a quanto assiduamente se ne parla e se ha avuto una particolare risonanza nel passato.

Ecco perché la quantità e la qualità della copertura mediatica delle notizie che fruiamo può interferire con la nostra percezione delle stesse, alterandole in modo significativo.

Assunzione di responsabilità

La soluzione non è allontanarsi dai social, dalla rete o disconnettersi completamente dal mondo che ci circonda. È vivere la quotidianità applicando un’igiene di pensiero e di memoria: selezionando le fonti, soppesando i fatti, ampliando le prospettive per capire che quello che ci sta venendo mostrato non è che una porzione – anche se magari emblematica – dell’intera realtà.

E che non tutti i media sono egualmente sorretti da un saldo codice morale nel condividere i fatti in maniera obiettiva, senza colorarli di emotività e scalpore.

Come sottolineato anche dalla psicologa Meyer, viviamo in un mondo trasparente, illuminato 24 ore al giorno. Dunque, la nostra sfida è quella di ricordare che condivisione estrema non significa onestà.

La nostra presenza maniacale in rete può farci dimenticare che la decenza e l’integrità dell’individuo sono valori ai quali sarebbe buona norma continuare ad attenersi.

Alla morale e agli insegnamenti della commedia di Wilde faremmo bene ancora oggi a prestare ascolto perché è nostra responsabilità individuale non renderci complici, per un atteggiamento di comodo conformismo, di chi diffonde falsità: guardiamo sotto la superficie, cerchiamo di trovare sempre il vero e di non lasciarci soggiogare da questa epidemia di menzogne.