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project manager

Una delle frasi che mi sono rivenduto più volte nel mio mestiere, è di un rugbysta e recita più o meno “mi piace pensare che di me si dica che non si sente quando sono in campo, ma si sente quando manco”. Questa è l’unica definizione sensata del ruolo di project manager. Qualche tempo fa scrivevo addirittura 10 slide su questo tema, un tema caldo e mai banale, proviamo a capire perché.

Per quanto il project management sia scienza solida e robusta, immediatamente associata al diagramma di gantt (di cui wikipedia riporta gustosa definizione, raccontando anche le differenza con la programmazione reticolare PERT), non è facile comprendere soprattutto a livello digitale la differenza tra il fascino della figura del PM e la reale propensione di una persona a fare questo mestiere. L’idea del PM piace perché rimanda alla guida di team di vario tipo, ad un rapporto frizzante e diretto (ma non commerciale) con il cliente, e tutto sommato anche ad una parte di progettazione di certo interessante. Verrebbe però subito da obiettare che si tratta di un “potenziale prezzemolino” che non vede in profondità nessuna delle competenze citate, pur dialogando con tutte. Ho tre pensieri sul project manager:

  • Non esiste il project manager junior: il project manager per natura prende decisioni da solo, sotto pressione, con la responsabilità di un budget. È pur vero che si può essere project manager anche di “andare a prendere il latte” (task che tra l’altro rispetta le tre caratteristiche citate), ma a livello digitale mi suona difficile pensare ad un project manager che non si è fatto qualche anno da specialist puro a scartavetrare commenti e scrivere post
  • Il project manager è un analista: il ruolo principale del project manager è quello di comprendere prima degli altri e “tendenzialmente subodorare” quello che accadrà: rogne in arrivo, drammi tecnologici del venerdì, ma anche impatto di innovazioni incrementali (oh, è uscito google+, lo inseriamo nella strategia?) nei progetti. Tendenzialmente il PM “racconta il report” al cliente e ne descrive gli insights, dopo averli dedotti visto che è lui (o lei) a detenere le chiavi del progetto e a conoscerne la storia
  • Il project manager “non fa”: la più grande lamentela degli appassionati del fare (chi disegnava, chi scriveva, chi faceva di conto) è che da quando è stato nominato PM, non fa più operativamente il proprio mestiere, ma coordina, manda mail, telefona. Spesso questa lamentela suona come un rimpianto.

Paradossalmente, come per i temi ricopiati in bella, il PM è rappresenta un male necessario, ma potrebbe non esistere se tutto il processo (cliente incluso) fosse perfetto, con tempi certi e risultati di alto livello. Il PM è un direttore d’orchestra, è senza dubbio uno dei mestieri più divertenti che esistono ma anche uno dei più rognosi, queste righe solo per raccomandare ai tanti che aspirano a questo ruolo pazienza e calma. Nessuno diventa saggio prima di prendere diverse smusate, per dirigere l’orchestra avrete tempo e modo, ma prima studiate bene Gantt.

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