Di Tommaso Lizzier

Dopo un inaspettato rinvio di alcune settimane il 5 Novembre è arrivato, anche sugli scaffali dei negozi Italiani, l’attesissimo Little Big Planet. Per chi non lo sapesse, si tratta di un videogioco per Play Station 3 che in questi mesi è riuscito a catalizzare le attenzioni dei fan. Il motivo, anzi, i motivi, sono presto detti: oltre che essere molto bello da vedere, LBP si prefigge due obiettivi piuttosto ambiziosi, da un lato diventare il “gioco simbolo” che ancora manca alla console di Sony, da un altro sdoganare un nuovo modo di videogiocare basato su una filosofia che mette al centro la creatività e la condivisione, piuttosto che l’azione.

In sé il gioco si presenta come un platform tradizionale stile Super Mario Bros., ma carico di invenzioni artistiche nuove e accattivanti. Il design artistico del gioco è uno dei più divertenti e originali mai visti: tutti gli ambienti di gioco sono composti di materiali “poveri” (come cartone, stoffa o legno) che si potrebbero trovare in un giardino o in una soffitta, gli stessi simpaticissimi protagonisti, non accaso chiamati “sack boys” e “sack girls”, sono delle bambole create con il tessuto dei sacchi di juta.

Già prima d’ora alcuni giochi si erano dotati di strumenti per la creazione di mappe, o magari per la personalizzazione, più o meno varia, del personaggio; ma LBP ha portando all’estremo questo concetto, dotando gli utenti dello stesso editor di sistema usato dai programmatori per disegnare gli ambienti. Addirittura, si possono inserire musiche ed effetti sonori e possedendo una videocamera collegata alla Ps3 è possibile riprendere oggetti del mondo reale per trasferirli dentro al gioco, magari sottoforma di decorazioni del fondale, o di ostacoli da superare , o di qualunque altra cosa ci venga in mente.

Al di là del level design raffinato e dettagliato, dell’originalità, e di un comparto sonoro di altissimo livello, la caratteristica saliente del prodotto è il fatto che il gioco in sé, sembri quasi un pretesto, perchè il cuore dell’esperienza è il fatto di poter ideare e costruire il proprio personalissimo ambiente di gioco e successivamente di condividerlo online con gli amici del canale Play Station Network.

È interessante notare come questo gioco potrebbe essere sintomatico di un nuovo orientamento del mondo dei videogames (o almeno di una parte di esso) che guarda più alla condivisione e alla creazione di contenuti scambiabili all’interno di una “community” di amici, (in modo simile ad un social network), piuttosto che al gameplay in sé.

Riuscirà il simpatico gioco di Media Molecule a centrare i suoi obietivi? Per farlo dovrà avere riscontri positivi da un mercato sempre più affollato e competitivo, e superare gli scetticismi di chi da anni preferisce organizzare coppe del mondo virtuali, o aggirasi in stanze buie con un fucile a pompa sterminando alieni e mostri vari.