Un interessante articolo di Mattew Bishop contenuto nello speciale che The Economist ha dedicato a “the world in 2011” sfida in parte il fenomeno delle start up e della presunta capacità di queste aziende di trainare l’innovazione a scapito dei mastodonti multinazionali che spesso faticano a cavalcare l’onda del nuovo che avanza e soprattutto a generare innovazione. E scomoda addirittura l’economista austriaco Shumpeter quando sostiene:

Does that mean the end of the shumpeterian “creative destruction” by start up companies that has driven so much innovation in recent years? Joseph Shumpeter, an austria economist, argued that disruptive upstarts were needed when incubent firms failed to drive innovation. In 2011 some of the most venerable incumbents will show the world that they have figured out how to the creative destruction themselves.

L editor porta come esempi IBM, General Electric, Wal Mart e Procter&Gamble, aziende enormi che riescono ad innovare ed innovarsi quotidianamente mantenendo la propria leadership grazie alla capacita di coniugare effetto scala e abilitá di ripensare l azienda. Sarebbe piuttosto ingenuo pensare che il ruolo della finanza e la disponibilità di capitali non consenta a queste aziende di fare la differenza sul mercato, è però altrettanto doveroso notare che fenomeni come Google e Facebook non nascono per caso e sempre più spesso leggiamo con fastidio che la realtà italiana fatica ad incubare talenti, o peggio nemmeno li ascolta. Ragionando sulle grandi start up del nostro tempo, oggi mature, è forse possibile individuare due punti che giustificano la coesistenza del pensiero shumpeteriano e delle grandi aziende oggi più che mai leader di mercato, proviamoci:

l’innovazione delle multinazionali spesso passa per l’acquisizione di realtà minori che fungono da presidio locale, protetto però dalla certezza di un Brand globale, quella certezza che ad esempio i governi dei paesi emergenti richiedono per affidare la gestione del proprio sviluppo energetico ad un mastodonte come GE.

Internet favorisce l’innovazione e l’entrata di nuove aziende perché se è vero che queste grandi multinazionali oggi coniugano agilità e capacità di fare scala, è altrettanto vero che vi è un gap temporale necessario per l adattamento delle grandi aziende al nuovo. Se questo gap è sufficientemente lungo, o se la crescita delle aziende emergenti è abbastanza dirompente, i big player si trovano a mettere gli occhi su microscopiche minacce da non sottovalutare, provano quindi ove possibile l’acquisizione. Succede pero’, come nel caso di google e facebook, che il fenomeno “sfugga di mano” costringendo i grandi a far spazio ad un nuovo (ingombrante) player.

Personalmente intravedo due livelli di innovazione al tempo delle reti, un’innovazione di breve periodo, spesso incrementale e tecnologica dominata dalle start up e dal loro dinamismo che nemmeno il più agile dei big player può eguagliare, ed un’innovazione di lungo periodo che definirei infrastrutturale che risulta più adatta ai grandi, i quali dominano le dinamiche di gestione e driving dell innovazione di lungo periodo. Possibile quindi immaginare un futuro di costellazioni di aziende a trainare microinnovazioni, coordinate dalle grandi imprese nel ruolo di hub ed aggregativo sovranazionali dello sviluppo?

Immagine: dailygalaxy.com