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maker faire rome

Questo week end siamo stati alla Maker Faire, un evento interessante e gustoso che ci ha visti protagonisti con il progetto Fare Impresa Futuro, ma non sarà sul racconto di una bella iniziativa di una banca che centreremo questo post. L’occasione è stata ghiotta per sedere allo stesso tavolo la visione di Stefano Micelli (docente all’Università di Venezia e autore del libro Futuro Artigiano), le competenza di finanza e mercato di Giovanni Bossi (amministratore delegato di Banca Ifis) e la concretezza manageriale di Stefano Schiavo (Lino’s Type e Sharazad). L’obiettivo del panel che ho avuto il piacere di moderare era quello di capire come la commistione tra l’avanguardia maker importata dagli States e la tradizione artigiana italiana possono dar vita in prima battuta alla figura (anche discussa da una corrente di pensiero di certo influente) dell’artigiano digitale, e successivamente a vere e proprie imprese digitali, che il progetto della banca ha chiamato Botteghe Digitali.

Il punto di partenza, sottolineato da Stefano Micelli, è che oggi nessuno ha più bisogno di una giacca, di una lampada o di un paio di scarpe “fatte all’italiana” se questi prodotti non si fanno portatori e garanti di qualcosa di più di un valore intrinseco. La nuova manifattura quindi, abilita relazioni sociali ed è un mezzo per un trasferimento culturale ancora prima che un semplice insieme di competenze che fino ad oggi abbiamo chiamato saper fare. Ma la manifattura non basta, servono almeno due elementi per fare di un “bravo artigiano” un’azienda di successo, che compete sul mercato globale ed eccelle per prodotti, ma anche per profitti:

  • una componente di design e design thinking
  • una struttura di lean management in grado di far apprezzare al mercato il prodotto

Perché tutto questo “non è già realtà”? Lo spiega Schiavo che parla di “sindrome di pigmalione” di artigiani e makers che si innamorano delle proprie creazioni senza pensare alla necessità di proporle a qualcuno disposto a sborsare denaro per averle. In secondo luogo, abbiamo tutti ben chiara l’importanza di luoghi di incubazione e aggregazione per questi progetti, non esisterebbero makers e artigiani senza fab lab e altri spazi di coworking. Il problema è che queste realtà sono a propria volta portatrici di interesse, creando quasi un conflitto tra il “brand maker” e il “brand cowo” in un contesto di co-opetition in cui paradossalmente una banca, che ha interesse per il credito da erogare e non per il brand da far crescere, potrebbe apparire pure salvifica ed edulcorante.

Nella dicotomia tra un vecchio mondo che non esiste più ed una nuova era in cui la liturgia verso i brand della tecnologia come Google o del consumo esperienziale com Starbucks prende il sopravvento, la scuola, la ricerca ed il prodotto sono le basi per creare delle aziende che gioveranno anche in comunicazione delle proprie specificità, divenendo quasi “aziende inbound” secondo Stefano Schiavo.

La partita è una partita finalmente italiana, e tutto sommato se mi è concesso è una partita nemmeno troppo nuova, il nuovo “open source” (tema di cui si discute dai tempi di red hat), il nuovo “distretto industriale” (che forse genera rumore da ancora prima) è oggi il pieno protagonista di un mondo che non può pensare di trovare una sua “italian way” nel prodotto tecnologico e startupparo alla “nuovo facebook” (che abbiamo visto e rivisto non funzionare) e nemmeno in un’economia industriale che a brevissimo si fonderà con la tecnologia di cui sopra, come Tesla insegna. Sono partite che non siamo in grado di giocare e che possiamo tranquillamente evitare di osservare, la partita da giocare è invece quella della PMI, tanto della nuova imprenditorialità maker, quanto e soprattutto mi permetto di dire della PMI esistente che può cercare nel digitale una soluzione per l’accesso al mercato (oggi tema forte) ma anche nelle leve di innovazione prima non considerate (bootcamp, hackaton) quegli strumenti per portare al mercato di cui sopra un prodotto vero e solido, da raccontare (come Marco Bettiol ha insegnato nel suo libro “raccontare il made in Italy”) partendo proprio da cultura e italianità.

E la banca? Semplice: tra 5,10,20 anni emergeranno dei temi che la contemporanea zavorra generata e protezione garantita dal regolatore non potranno fermare. Parliamo di crowdfunding, social lending ma anche leve molto più immediate. Per questo motivo essere abilitatore (anche di luoghi fisici) di un’evoluzione che porta alle nuove botteghe digitali rischia di essere “la via” per cambiare il business dei propri clienti, ma anche della banca stessa. La banca è paradossalmente la realtà che più ha da perdere da questa sfida, perché l’impegno preso con il progetto è alto, e la sfida ancora di più. Gli attori in gioco sembrano però fare sul serio, ne vedremo delle belle.

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