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runtastic

Sta girando in questi minuti la notizia che Adidas ha acquisito per 240 milioni di euro Runtastic, la nota app di supporto a fitness e running. Stiamo parlando di un mercato, quello delle app di fitness e running, che entro il 2017 avrà un valore di oltre 25 miliardi di dollari.

La mossa di Adidas che, parole del CEO, permetterà di offrire “new world class sport experiences” segue quelle di altri big del mondo dello sport, come Nike che da tempo è leader con la sua Nike+ ed il grande investimento di Under Armour in MyFitnessPal.

Runtastic è un’app austriaca che conta oggi 70 milioni di utenti ed un’esperienza molto interessante, anche se deve affrontare ogni giorno la concorrenza di app emergenti come l’interessantissima Strava non è banale. In ogni caso non cambierà quasi nulla per la community di Runtastic.

La domanda ora è la seguente: perché un’azienda come Adidas spende 240 milioni per acquisire un’app? Le implicazioni sono almeno 3:

  • Il primo tema è l’acquisto non di una tecnologia, facilmente replicabile, ma l’accesso ad una community di 70 milioni di utenti, molto molto propensi ad acquistare materiale sportivo
  • Il secondo punto è legato allo storico dei dati a disposizione: prestazioni, passioni, percorsi. Non si tratta solo (punto uno) di acquisire una lista di utenti super a target che su Google costerebbero 1 euro l’uno “in affitto”, si tratta di gestire un laboratorio di R&D in real time a cielo aperto, con cui testare nuovi prodotti ed esperienze
  • Il terzo punto è legato alla comunicazione. Il brand runtastic è neutro, e Adidas potrà facilmente lavorare eventi e momenti speciali dedicati ad una community molto interessante

Non crediamo ci saranno particolari cali di fedeltà o iscrizioni perse per Runtastic, si tratta di una partnership win win che darà nuova linfa ad entrambi i brand. Quello che colpisce è la “commoditizzazione” del prodotto, quasi non ci fosse più nulla da scoprire, o comunque non bastasse più all’utente “la nuova suola superleggera”, spostando il posizionamento del brand a vero abilitatore di esperienze, come sostenevano Pine & Gilmore in un libro storico, ormai più di 10 anni fa.

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