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marco bettiol

Ieri in occasione del Galileo Festival è andata in scena una presentazione molto interessante che mi ha coinvolto, quella del libro “Raccontare il made in Italy – un nuovo legame tra cultura e manifattura” di Marco Bettiol. Sono 10 euro molto ben spesi, ma non è questo il punto, davvero. Presso la libreria Feltrinelli di Padova il confronto è stato gustoso, anche grazie all’attenta moderazione dello staff di VeneziePost, ed ha visto oltre a chi vi scrive e all’autore, prendere parola anche Nicolo Ildos e Jacopo Poli, rispettivamente di Fizik e Poli Distillerie. Accessori per il mondo del ciclismo professionale di altissima qualità e grappa italiana, perché questi casi come esempi di successo di un made in italy che altrove è sempre più messo alla gogna?

All’occhio attento gli elementi di questa nuova fase della manifattura che si apre al mercato sono ben chiari:

  • Produzione artigianale, e italiana
  • Prodotto il cui mercato è facilmente individuabile, ed il cui pubblico spesso ama raccogliersi in qualche forma di comunità digitale o analogica
  • Elementi di racconto originali (dal museo Poli alla presenza Social sapientemente integrata con le sponsorizzazioni di Fizik)
  • Internazionalizzazione
  • Dialogo con i consumatori
  • Voglia di percorrere nuove strade
  • Condivisione di contenuti autentici, “storytelling e non storymaking”

La chiacchierata è stata divertente, e concreta. Lo scenario è quello, ormai noto, di una serie di comunicatori come il sottoscritto chiamati a spronare imprenditori (giustamente) concentratissimi sul prodotto. Con in mezzo uno scenario distributivo totalmente mutevole che preoccupa molti (arriverà anche per le selle da bicicletta e le grappe “il prossimo uber”?), anche gli imprenditori, e la comunicazione ben spiegata da Marco Bettiol come elemento ancora troppo pensato “ex ante” e comunque da competenze junior, raramente interne ai processi aziendali. Colpisce una frase di Nicolo Ildos che dice “se ho un dubbio mentre faccio un post di facebook, scendo in produzione, e verifico”. Una frecciata che ogni comunicatore non può non cogliere: forse nel lungo periodo le agenzie non dovranno sviluppare piani editoriali, ma ad esempio formazione su come massimizzare i racconti e le storie che le aziende già possiedono in abbondanza, tranquilli non si fallisce (anzi). La scelta del consulente per gli imprenditori è ancora difficilissima, e forse il mea culpa dei comunicatori deve arrivare: non è possibile che ogni tipo di professionista sia in grado di offrire “a catalogo” la SEO (venduta magari da un ufficio stampa), lo sviluppo di un’app (fatto da un IT che non progetta l’esperienza d’uso e magari usa un compilatore di bassa lega) o i social (gestiti dall’azienda che fino a ieri faceva campagne radio e stampa). I comunicatori devono essere in primo luogo dei traduttori (ci va dato atto di dirlo da un po), gli imprenditori a loro volta non possono non comprendere che “con 1 P sola” (delle 4 di kotler) le 4A del made in italy non possono competere”.

L’Italia sta sviluppando oggi tanti progetti (penso all’incredibile storia della matita Perpetua o alla fabbrica lenta) che sono tali anche e soprattutto grazie a quella dimensione di cultura della comunicazione che pervade il prodotto. Marco Bettiol di spiega che non è solo nella propensione all’uso di Periscope (l’ultima moda social) che risiede la qualità nel racconto e nella creazione (ancora prima) di questi casi di successo, ma è già nella fase di ideazione che la cultura interviene per costruire questi prodotti straordinari. Il nostro saper fare è senza dubbio il centro del progetto che ogni imprenditore deve portare avanti, ma tanto nelle fasi di ideazione (hackaton aziendali) quanto in quelle di successiva co-creazione (penso al progetto di crowdcrafting di Berto Salotti) chi comunica deve lavorare a fianco di chi fa. E chi racconta deve tradurre in più linguaggi possibile questi contenuti. Una traduzione che è di certo linguistica, ma anche tecnologica dice Bettiol e culturale (provate voi a sbarcare in russia ignorando la piattaforma di Yandex).

La sfida è difficile, ma i casi che il libro racconta tracciano una rotta percorribile, una “italian way” che sarebbe folle non percorrere.

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