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Ieri mi trovavo su un comodo trenino da Liverpool Street, Londra, all’aeroporto di Stansted. L’ennesimo wi-fi gratuito, l’ennesima richiesta di una registrazione senza impegno. Un leggerissimo brividino lungo la schiena: perché vogliono questi dati? Di solito mi pregio cambiare qualche lettera della mail, o del numero di telefono perché quelli che ti mandano un confirmation code sono pochi, sembra più una voglia insana di raccogliere ad affamare in questa fase i provider di servizi.

Non è bastato l’ottimo libro “the filter bubble” a sanare i miei dubbi, anzi ne ha aggiunti. Oggi l’articolo di Morozov sul Guardian, da leggere, fornisce una chiara lista di dubbi che tutti dovremmo avere. Per il momento basta questo, avere qualche dubbio.

Il punto è il seguente: siamo tutti (o quasi) consci che in questo momento lo scambio “dato con servizio” è il cuore del socialismo digitale proposto dai ragazzacci di San Francisco e dintorni. E quando grazie ad AirBnB e ad Uber ho permeato la mia due giorni londinese di digitalizzazione ho capito chiaramente che c’è qualcuno che non solo sta migliorando la propria vita con questi servizi, ma anche ci sta facendo i soldi. Il punto meno chiaro è un altro, nella chiara corsa a “sostituirsi involontariamente alla politica” di queste nuove start up digitali. Le ombre sono sui costi nascosti. I costi nascosti della politica sono tantissimi, dalle non efficienze ai furti, ma i costi nascosti di questo nuovo liberismo estremo dove sono? La mia sensazione è che si trovino nel data mining e nella rielaborazione dei dati. Nel marketing comportamentale. Nella comprensione da parte di aziende terze delle nostre passioni più nascoste, seguita dalla possibilità “aumentare i conversion rate” cioè venderci ciò che desideriamo e soprattutto, sapendo bene quella che è la nostra possibilità di spesa, finanziando questi desideri con prodotti innovativi, ma sempre finanziari.

La domanda non è tanto “chi” sarà la mia prossima banca (probabilmente Google?) o quanto la patina di antipatia verso realtà (lo stato, le banche appunto) vecchie e non funzionanti possa essere eliminata da giovani e puntiformi progetti (come justpark) che in maniera simpatica e degna di fiducia mi inducono a mettere (per sempre) la mia carta di credito da qualche parte. La domanda è: quanto vale la libertà? È difficilissimo non pagare un canone televisivo, o perché no di una carta di credito, ma se questa economia dei canoni dovesse (e lo farà) preponderare, siamo sicuri di non entrare in un loop in cui finanza e servizi orienteranno la nostra vita senza la possibilità di una reale via di fuga?

Questo post vuole essere una somma di domande più che di risposte, ma la sensazione è che l’uguaglianza paventata sia in realtà solo il segnale di un cambio al vertice inevitabile nel rinnovamento anche di immagine del nostro sistema economico in cui le premesse di democratizzazione sono sensate e interessanti ma anche in cui la Sharing Economy non è ancora stata chiamata a spiegare cosa accadrà quando presenterà il conto, anche a livello legale, perché no. Accontentiamoci per ora di Morozov:

The tech industry says it can tackle inequality, and governments are keen to let it try. The choice that citizens now face is not between the market and the state, but between politics and non-politics

Il re è nudo?

Photo Credits: The Guardian

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