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abbraccio

Qualche giorno fa Rudy ha scritto un post che mi cita. Vero, genuino, gustoso. Il tema che pone, cioè quello della condivisione e della collaborazione merita un approfondimento. Ho cercato nel tempo di leggere molto sulle reti, da “link” di Barabasi (tecnico) a “senza leader” (organizzativo) fino proprio a “insieme” di Sennett (sociologico). Negli ultimi tempi la mia opinione è che a livello funzionale “la rete sia una cazzata”, semplicemente perché quando scendi nell’operativo uno sviluppatore interno “farà sempre meglio” di uno sviluppatore esterno, quindi ho orientato le scelte di make or buy molto più verso il make che verso il buy. Stiamo però parlando di due reti diverse, la seconda è una rete del fare, quasi una commodity a questo livello di pensiero. La rete di cui parla Rudy è invece di altra pasta, è una rete di competenze, contaminazioni, pensieri, persone, dritte, trucchi, connessioni e opportunità.

Mi ero ripromesso di “fare il giro delle sette chiese” nel mese di gennaio, visitando tre realtà che ritengo di assoluto valore nel mondo del digitale, con l’obiettivo di capire assieme ai loro fondatori quali siano i driver che guidano l’ecosistema nel quale ci troveremo a competere. Si competere, poi ne parliamo, ma intanto fidatevi. Dopo un primo approccio 2014 con realtà come Filoblu e NetPropaganda di Rudy e Skande, e già guidato da alcuni esempi solidi come il lavoro di Tomas in Digital Accademia o la storica ammirazione per Nereo e WebRanking, ho visitato nel 2015 prima Moca Interactive di Marco e Marco, poi Gummy Industries di Fabrizio e Alessandro e nei prossimi giorni spero di chiudere il triangolo con Caffeina di Tiziano. Perché quattro “agenzie” che potrebbero tranquillamente (lo dico con presunzione e aspirazione per Marketing Arena) competere sullo stesso brief dovrebbero parlarsi, raccontarsi cose e mettere sul piatto i rispettivi fatturati, tool di gestione, problemi e soluzioni trovate a quei temi? Un primo motivo l’ha individuato Rudy: il mercato è più vasto di quanto queste singole realtà possano gestire da sole. Ma a mio avviso vi sono altri due fattori strategici che spingono questo “new deal” digitale, il primo è legato alla competenza verticale, per industries e skill specifiche. Mi spiego, se un’agenzia ha già sviluppato una web app con RubyOnRails o ha già seguito un cliente nel mercato greco, bene, quell’esperienza figlia del dato, dell’aver provato, è quello che nel 99% dei casi determina il successo di un progetto. O ancora, se alzo il telefono e chiamo Mirko (come faccio ogni anno prima di BTO) o l’omonimo Fabio, sono certo di avere la risposta più giusta in ambito turismo o mobile a livello italiano. È quindi nella contaminazione per l’aumento “del tasso medio di successo” che dobbiamo cercare un’altra leva. Ultimo ma non ultimo, anzi più importante, come scrivevo ad ottobre in un post provocatorio sulle agenzie che rischiano di chiudere, c’è la convinzione che molte delle realtà citate siano più concentrate sulla qualità e sul prodotto che sul fatturato e sul dar da mangiare agli account. Se fai le cose fatte bene, il denaro verrà. Questo è vitale, ho sentito nel mio tour frasi del tipo “io voglio ogni giorno fare cose che spaccano i culi” o “non possiamo più sentire sempre lamentele per progetti presi solo per i soldi, che sai già in partenza non funzioneranno”. Ecco, questo è forse un tentativo di “gruppo di ri-acquisto” di fiducia da parte di un gruppo che prova a fare qualcosa di diverso rispetto al passato, a portare una convinzione fresca, addirittura onesta del fare digitale. Ognuno nel suo piccolo, coi suoi errori, sta provando a spingere in questa direzione, e credo che se tutti daremo vita ad un nuovo manifesto del lavorare bene, magari potremmo aprire porte che prima solo le maledette e finte relazioni potevano, ed oggi la competenza rischia di insidiare. Se riusciremo a farci ascoltare perché facciamo belle cose e non perché conosciamo la persona giusta beh, forse, dormiremo sonni tranquilli.

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