Email this to someoneBuffer this pageTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on Facebook
Italia-lavoro

Quando nello stesso anno hai la fortuna di visitare l’Australia e Hong Kong, è molto facile tirare le somme sul sogno di fuga che tanti dei nostri giovani cullano, non prima di essersi chiesti se questa, cioè quella italiana, “è davvero la nostra battaglia” o se è forse giusto lasciare andare alla deriva un paese spompato dai suoi debiti, dalle sue mafie, dalle sue economie e dalle sue pigrizie. La cosa più difficile da fare, prima di tirare le somme, è sgombrare la mente.

Se il pensiero fosse un’analisi SWOT, le minacce per chi resta potrebbero essere insite nella pigrizia di non voler partire, nel giustificare un’Italia che tutto sommato “ce la farà” semplicemente perché siamo il peggior posto dove lavorare, ma anche il migliore dove vivere, quindi fino a che la pasta al sugo di mamma ed un telefono cellulare non ci vengono toccati, beh di partire neanche se ne parla. Ai detrattori, quelli che partirebbero domattina o magari sono già partiti e tornati, invece dobbiamo dar conto del fatto che se in Europa piaccia o meno ai tedeschi, ancora un ruolo lo giochiamo, in Australia per esempio è l’italiano medio che raccoglie frutta in Tasmania prima di poter aspirare a fare l’aiuto cameriere, insomma non sono tutti startuppari a San Francisco (coi soldi del papi, sometimes).

Ripulita la testa, proviamo a capire di cosa parliamo, quando giriamo un po’ il mondo. Il primo fatto drammaticamente forte è legato ai volumi. Chi si occupa di retail spesso cita “3L” che fanno il successo di un progetto: “location, location, location”. Il fatto di avere un negozio in una mall di Times Square a Hong Kong è forzatamente e statisticamente fattore di successo, non puoi fallire quando ti passano davanti ogni giorno decine di migliaia di persone. La cosa che spiazza ad Hong Kong non sono i negozi, le catene, i brand, è il fatto che tutti questi negozi sono pieni zeppi di persone che stanno comprando. La gente è in fila per comprare un rolex quando a 10 metri di distanza c’è un’altra gioielleria uguale con altre persone in fila per comprare altri rolex. Ma dopo un colpo al cerchio, è sensato darne uno alla botte.

Si dice che Hong Kong rappresenti in qualche modo un’avanguardia per il futuro mercato cinese, se il tuo prodotto va ad Hong Kong, ok fratello puoi aprire in Cina. Se è così, e se è vero che tra Hong Kong e Macao c’è una forte relazione, beh, io non vivrei mai a Macao. Senza dubbio le 2 bentley pro capite che ho potuto contare in zona, o il più grande store di Gucci, Prada, Zegna, Bottega Veneta, Dolce & Gabbana, Tiffany, che abbia mai visto in vita, non possono fare da contraltare ad una leggerezza nelle persone che sarà anche tipica degli anni di fermento, ma non da spazio a una libreria, un parco, un evento sportivo. Insomma tutto quel consumo “post capitalistico” che i tanti sociologi hanno disegnato come ancora di salvezza ma anche come zavorra del piccolo per un’Europa ormai “stagflattiva”.

Abbiamo discusso tante volte sul ruolo dell’Italia come bomboniera del mondo: bene, senza scomodare il territorio cominciamo dalle ambasciate, 8 brand su 10 che inducono l’orgasmo nei cinesi (ma anche negli arabi) sono di matrice italiana. E dico di matrice perché ben conscio che i grandi gruppi mondiali hanno fatto la spesa, che la moda è controllata dalla finanza e forse l’alimentare farà la stessa fine.. ma non posso e non voglio credere che se il reshoring produttivo è in piena fase di crescita (l’idea di riportare in Italia la produzione dopo anni di delocalizzazione), beh, perché non possiamo anche ricomprarci i nostri brand, o crearne di nuovi grazie ad arigianalità, creatività e cultura? Passiamo all’Australia, ed ad un articolo che ho già scritto ma che richiamerò. “Giorgio, come posso vivere bene in un paese che ha una via dedicata a 007 e un museo intitolato a batman?”, parole di un toscano che probabilmente abituato a Firenze ha vissuto con piacere i 6 mesi di camper nella Gold Coast (anche perché oltre 6 mesi gli australiani non ti gradiscono, vedere su Youtube Australia Border Protection per credere), ma poi ha detto “sai che c’è, a casa si sta bene”. E qui richiamo l’introduzione di Severgnini all’ultima BTO, di certo non possiamo cullarci sul fatto di avere n tesori artistici e culturali, dobbiamo invece pensare al brand italia come figlio di un sistema, sapete perché la Francia ci fulmina quando si parla di prodotti venduti all’estero? Perché sa far fare sistema alle proprie aziende. Abbiamo parlato di distretti industriali per anni, mostri senza testa buoni a costruire consorzi ma mai a concretizzare davvero le missioni estere, fatto sta che i vini acquistabili ad Hong Kong, o nella nave da crociera da cui scrivo, o in Australia dove ero ad agosto, sono molto più spesso americani e francesi, e che i brand che un italiano mangia come pasta, pomodoro e pizza, vengono qui sostituiti da surrogati “meticci” che di made in italy hanno massimo un 33% (ho scoperto tra l’altro che la carne di angus si può chiamare così anche se l’Agnus originale incrocia un non angus, fino a due o tre di questi imparentamenti, ecco, la stessa cosa).Noi possiamo calare l’asso, città bellissime, cibo buonissimo e clima che, Rovigo a parte (mannaggia <3) è assolutamente invidiabile.

Come possiamo non prosperare in un paese che è in grado di vestire tutto il mondo che conta e farsi visitare dai più ricchi di sempre?

In un contesto di domanda crescente, perché al mondo i ricchi sono sempre di più. Non è un paese per poveri, verrebbe da dire, ed ecco perché non possiamo puntare sull’industria pesante, o le produzioni in serie. Non immagino un paese di saltimbanchi e camerieri, immagino un paese che crea dei piccoli “feudi” dell’innovazione, della sanità, della chimica, che da questi estrae innovazione al servizio delle aziende che per piccoli numeri, ma grandi scontrini medi, lavorano sempre al servizio della parte alta della piramide, ovviamente mondiale. Le aziende italiane, le start up o le realtà di servizio come quella che guido, morirebbero se declinati local. In Italia manca la domanda? Perfetto per costruire un’offerta con un costo del lavoro accettabile (se regolamentato, lo scrivo qui, avrei il doppio dei dipendenti se potessi ragionare al netto e non al lordo, cioè se venissero restituiti alle aziende tutti i costi di contributi etc con il vincolo di investirli in persone), un contesto creativo comunque interessante ed una formazione e servizi di base (sanità) su cui, credetemi, non è sempre il caso di lamentarsi. Aggiungo che questi stranieri qui, non sono dei fulmini di guerra, un buon universitario italiano se li mangia a colazione.

Queste nuove aziende devono parlare (almeno) inglese, essere declinate dal secondo anno con presidi all’estero e probabilmente perseguire la crescita, nella convinzione che sotto una certa dimensione non vi sono le condizioni igieniche per operare ma credetemi, l’Italia ha tutte le possibilità per farcela. Non voglio passi per spocchia o vanto la convinzione che possiamo rilanciare la nostra offerta, perché queste gite mi hanno dato la conferma che “people, talent, prodotto e territorio” sono 4 driver su cui non siamo secondi a nessuno, siamo secondi per volumi, fatturati, investimenti ma non per le basi che permettono la prosperità. È però verissimo che se non ci daremo mai una mossa, qualcuno verrà a fare la spesa di queste materie prime rarissime, qualcun altro creerà le condizioni per farsele in casa e, allora si, soccomberemo davvero.

Commenti