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In molti ricorderanno la pubblicità tormentone degli anni ’90 in cui, una giovane innamorata, trascorreva ore al telefono con il fidanzato a suon di “Mi ami, ma quanti mi ami?”: erano gli anni dei telefoni fissi, delle lunghe telefonate e delle prime tariffe all-inclusive. Poi venne l’epoca dei telefonini; all’inizio un bene per pochi, riservato soprattutto a quella cerchia di persone che, per lavoro, aveva bisogno di essere sempre reperibile. Da elitario, con il passare degli anni, il cellulare si trasformò in un bene alla portata di tutti: il design venne alleggerito, nacquero le tariffe ricaricabili e il costo si abbassò, e fu così che entrò nelle case – e nelle tasche- di tutti.

Con l’avvento del cellulare il modo di comunicare si trasformò: le telefonate vennero, poco a poco, soppiantate dall’essenzialità e della velocità degli sms: 160 caratteri per chiacchierare con gli amici, avvisare i genitori di non essere stati rapiti dagli alieni, amoreggiare e 160 caratteri anche per discutere. Viene da sé che la comunicazione divenne sempre più dinamica, pratica e, spesso, sbrigativa. Ai “mi ami, ma quanto mi ami” si sostituirono enigmatici codici fatti da “TVB”, “TV1KDB”, seguiti da miriadi di segni di punteggiatura chiamati emoticon che andavano a riprodurre faccine sorridenti, tristi e, altre volte, concetti misteriosi lasciati alla libera interpretazione del destinatario.

Gli sms tuttavia, sono ormai desueti e per comunicare, i giovani, preferiscono applicazioni come WhatsApp che permette di inviare messaggi di testo, vocali ed immagini gratuitamente, il tutto corredato dalle immancabili emoticon, divenute ormai indispensabili per esprimere il proprio stato d’animo. Whatsapp, con i suoi 600 milioni di utenti attivi in tutto il mondo, tuttavia, non è l’unico mezzo utilizzato dai giovani per interagire: gran parte delle conversazioni avviene infatti grazie a Facebook. Facebook è il social network più amato ed utilizzato in Italia con circa 26.000 iscritti.

Inizialmente ad appannaggio dei più giovani, ora vede una forte presenza di over 50 che lo utilizzano, un po’ perché “sei non sei su Facebook non esisti” e un po’ presi dalla nostalgia di ritrovare amicizie del passato, vecchi compagni di scuola e perché no, vecchi e nuovi amori. Negli anni, insomma, il modo di comunicare ha subito un drastico cambiamento: ogni tentativo di trasformare emozioni in parole è stato abbandonato, ora ciò che conta è la rapidità, la velocità e se proprio si vuole comunicare qualcosa di importante ci si fa aiutare da immagini, suoni e faccine.

Ormai, ben poco contano regole grammaticali, punteggiatura e uso di termini appropriati, l’importante è comunicare, sempre e comunque, qualsiasi cosa ci passi per la testa, sia essa appropriata o meno. L’Homo Digitalis si sta avviando, insomma, verso una digitalizzazione del proprio linguaggio che, come ha affermato Marino Nicola in un un’intervista su La Repubblica porta anche: “ad contrazione degli spazi che diventa contrazione del senso. E il 2.0 da dispositivo comunicante si trasforma in modo di pensare, di sentire e di essere”. Ma questi cambiamenti dove ci porteranno? In nome di rapidità ed immediatezza è giusto trascurare grammatica e sintassi?

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