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conversazione

Volevo intitolare questo articolo “cosa mi porto a casa da Panewebesalame“, ma un titolo più “canaglia” porterà di certo più lettori, ormai gira così in rete, qualcuno si stupisce?

Pane web e salame 5 è stato un evento #fuffafree, come pochi ormai, purtroppo. Ci siamo detti le verità, quasi fossimo tra “social cosi” e la gente non sentisse. Porto a casa tanti spunti e stimoli per innovare il mio lavoro (ad esempio il fatto che wechat conta qualche cento-milioni di account aziendali in Cina o che esistono agency che si occupano di portare le aziende proprio verso i Social di quei mercati), ma porto a casa soprattutto un distillato di verità sul contenuto che il Social Media marketing non può più ignorare. Una ricetta talmente semplice da non essere quasi mai applicata. Due casi mi hanno colpito, ed anche se uno è seguito da noi quello che mi ha colpito è in realtà la ferma e disincantata approvazione della gente verso questi modelli di genuina e schietta comunicazione. Non mi dilungo su Godot Rovigo e Pavè Milano, mi dilungo sulle due cose che garantiscono il loro successo (seppur di diversa portata) sui Social Media, aggiungendo anche il caso “le torte di giada“:

  • Il disinteresse “di base” per i Social Media a fronte di una qualità e competenza sul prodotto di gran lunga superiore alla media: quando Pavè Milano ha dichiarato “io non rispondo ai commenti su TripAdvisor perché non mi piace avere l’ultima parola”, per me “ha vinto l’internet” perché ci ha ricordato ancora una volta come l’artificioso celolunghismo autoreferenziale che affligge 9 aziende su 10 sui Social non sia la via da percorrere
  • L’utilizzo di strumenti di racconto evoluti: una cosa che è passata in parte sotto silenzio ieri, anche se Alessandro ha fatto una domanda sul tema, è la disponibilità da parte di queste aziende di esperti di immagine e grafica, soprattutto video e fotografia, che danno voce al prodotto. Però non raccontiamola, queste sono aziende che sotto i 300/500 mila euro di fatturato annuo non prospererebbero, se non sono disposte a investire il 7-8% del loro fatturato in digital marketing, meritano di gestire un account con 26 follower

Di fronte a questa nuova condizione “il social media manager che si inventa contenuti testuali 1 volta al giorno” non avrà vita lunga. Urge invece catalizzare lo sforzo su una nuova figura di “content curator”, che aiuta l’azienda a raccogliere contenuti che nel tempo, anche grazie ad iniziative di traino in-store, devono divenire sempre più UGC. Il content curator non si occupa di broadcasting, ma di conversazioni. Questa è una figura che prospererà sempre di più ed è destinata a pervadere il mondo delle imprese, soprattutto PMI. Almeno secondo noi.

Credits immagine: Shareaholic

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