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design

Quando entri nelle stanze di Caranto, il nuovo studio di design aperto da tre giovani ragazzi a Fiesso d’Artico, in quelle stanze di un vecchio edificio che conosci da quando eri bambino, ti sembra impossibile che proprio lì, nel tuo paese della Riviera del Brenta, stia nascendo qualcosa di nuovo. Ecco perché ho deciso di intervistarli e di chiedere loro come è nata questa avventura.

Ad accoglierti c’è Filippo, un ragazzo del tuo paese che conosci da qualche anno, e forse è per questo che sei già a tuo agio, poi si presenta Nicola, giovane, bruno e massiccio. Federico non c’è, sarà fuori per questioni di lavoro, immagini. Fai subito un giro con Filippo nelle stanze di Caranto: alcune complete, altre ancora da sistemare, con secchi di pittura e tavole di parquet sparse sul pavimento. La stanza centrale invece è bella, fresca ed ordinata. Ti siedi, accendi il registratore e cominciate a parlare. Filippo e Nicola ti raccontano un po’ del loro passato: hanno studiato al liceo della comunicazione a Padova e frequentato la Scuola Italiana Design, un istituto che alla fine del percorso di studi, mette in contatto i giovani designer con aziende italiane ed internazionali. È a questo punto che per qualche anno, le loro strade si dividono. Filippo lavora un anno e mezzo a Milano in uno studio di design e progetta accessori per borse e gioielli per grandi firme come Marc Jacobs e Chanel. Nicola invece, entra in Safilo, dove insieme ad un collega si occupa di trade marketing, un lavoro che gli sta però un po’ stretto, perché come dice lui, “i designer hanno bisogno di esprimersi e di essere creativi e in quel posto, le direttive da seguire, erano troppe” . Fillippo poi parla di Federico, ti racconta che è il più vecchio del gruppo e che ha studiato farmacia per qualche anno prima di iscriversi alla scuola italiana design, finiti gli studi ha ottenuto un contratto a progetto di un anno, prima di dare vita, insieme a loro, a questa nuova realtà che è Caranto.

L’idea nasce un giorno imprecisato durante le vacanze di natale 2013, quando erano ancora tutti impegnati nei loro lavori precedenti. Il tutto parte da una battuta: “Ragazzi, cosa dite se apriamo uno studio di design noi tre?”. Dopo qualche mese però, quando il posto di lavoro cominciava ad essere un po’ strettino per tre creativi come loro e quando hanno iniziato a stancarsi di avere il “culo già appoggiato e stabile sulla sedia a 24 anni”, la battuta si è trasformata in progetto.

Ci sono volute settimane per prendere la decisone, quella con la D maiuscola, perché certo, sognare è bello, dicono loro, ma poi devi fare i conti con la realtà. E la realtà in questo caso, sono i soldi. Filippo però sembra aver già trovato il luogo adatto, è un appartamento del nonno all’ultimo piano di un palazzo e il prezzo per l’affitto è abbastanza invitante. A decisione presa, inizia la ristrutturazione dei locali, tutta interamente fatta da loro: tinteggiano le pareti, posano il parquet, comprano i mobili e uno, il tavolo da lavoro, lo progettano e costruiscono da zero, con l’aiuto di un artigiano della Riviera del Brenta.

I mesi della ristrutturazione non sono i più semplici: i ragazzi si riescono a trovare la sera dopo il lavoro o nei week-end, quando Nicola torna a casa dopo la settimana lavorativa. I lavori però continuano e Filippo e Nicola, credendo in questa realtà rifiutano un’offerta di contratto a tempo indeterminato nelle due aziende in cui stavano lavorando. Ora si possono dedicare completamente a Caranto.
Iniziano con alcune consulenze e collaborazioni con aziende come Comete Gioielli, Barakà, Weble e Blubike, ognuno si porta a Fiesso d’Artico, sede di Caranto, un pezzetto del lavoro precedente. I primi progetti vengono inviati da una stanza ancora spoglia e incompleta, lavorando su un tavolo da giardino e con le lampadine penzolanti, ma anche questo fa parte dell’esperienza e dimostra la voglia e l’entusiasmo di questi giovani designer, che non aspettavano altro, se non il momento in cui avrebbero potuto esprimersi liberamente.

Questo a loro però non basta, vogliono creare i loro prodotti e dare forma alle loro idee. Iniziano con un primo progetto “Barchetta”: una barca, che ricorda quelle che facevamo da piccoli con la carta. Ti spiegano che può essere utilizzata come svuota-tasche o portaoggetti, frutta o qualsiasi altra cosa tu voglia metterci dentro. La cosa interessante però è che il cliente, se la costruisce da solo la barca, senza viti o strumenti ingombranti, ma piegando il ferro, come se fosse un vero origami. Ti fanno vedere il prototipo e te lo fanno piegare, a mani nude, ti spiegano che per i prossimi pezzi stanno valutando di usare un materiale che mescola alluminio e plastica e che pensano di iniziare a commercializzarli nei negozi della Riviera e di farli produrre dagli artigiani della zona, che si sono rivelati tutti molto disponibili.
Gli chiedi anche come pensano di farsi conoscere a persone e aziende e, magicamente, hanno una risposta anche per questo: stanno organizzando un evento e producendo un filmato che metta in mostra e riveli le principali caratteristiche di questa linea nuova linea Origami. Inoltre hanno creato il loro sito internet e una pagina Facebook. La risorsa di marketing che sfrutteranno di più? Il passaparola, partendo dalla convinzione che “se ci metti la faccia e dai prova della tua professionalità, allora la gente ti amerà e sicuramente parlerà di te”. Non puoi che essere d’accordo, anche perché sai bene come funziona nella tua zona: certo, il web ha un grosso potere, raggiunge milioni di persone, ma non qui, non a Fiesso d’Artico.

È ora che inizi a entusiasmarti anche tu, che pensi che forse anche nel tuo paese può nascere qualcosa di nuovo e che non serve andare molto lontano per sentire parlare di innovazione. Sono concetti di cui hai sempre sentito l’eco, ma ora sono qui, a 500 metri da casa tua. Pensi anche che l’idea, pure essendo nata a Fiesso d’Artico, può veramente funzionare.

Poi torna a parlare Nicola, che all’inizio del progetto era il più scettico, e ti dice di come sia preoccupato per l’aspetto commerciale, delle difficoltà che ci potrebbero essere nel vendere i prodotti progettati a Caranto, ma parla con l’energia di chi ha voglia di provare a reinventarsi anche in questo ruolo, pur sapendo di aver bisogno di una mano da chi ne sa di più. Filippo accenna poi all’idea, ancora embrionale, del negozio e-commerce e di come potrebbe essere un’arma da sfruttare, qualora si trovasse qualcuno con le competenze adatte a gestire una piattaforma di quel tipo. Insomma quello che cercano e che in alcune occasioni hanno già trovato, è l’aiuto di conoscenti o amici che possano ricoprire i ruoli che per loro sono ancora sconosciuti: dalla commercializzazione dei prodotti ai doveri legali cui ogni azienda va in contro. “E se non dovessimo riuscire a trovare qualcuno” dicono, “allora ci arrangeremo come abbiamo fatto in passato.”

A questo punto gli chiedi un ultimo sforzo: di trovare un punto debole e uno forte di Caranto. E la risposta è la stessa da entrambi i fronti, insieme ti dicono che il punto forte e quello debole di Caranto sono loro stessi, con le liti e le difficoltà che nascono quando si incontrano tre teste calde e testarde, ma anche con la freschezza e la novità che queste menti possono generare; ed è bello vedere come siano d’accordo.

La conversazione finisce, ma Filippo vuole aggiungere qualcosa che ritiene un po’ filosofico: “per noi la crisi non è una scusa, è un motivo”, frase che forse hai sentito spesso, ma questa volta sembra più credibile di altre, forse perché te la dice lui, forse perché stavolta, non è retorica.

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