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humans

Chi si occupa di comunicazione ha ben chiaro che gli ultimi anni rappresentano l’apoteosi dello storytelling, ottima e deliziosa tecnica di marketing per “mettere il turbo” con un approccio strumentale a brand che detengono storie importanti, ma che pigramente non le raccontano. La verità però è che il mondo delle piccole imprese non è abituato ad enfatizzare le proprie storie, e deve quindi prima scovarle e poi raccontarle. Il lavoro dei consulenti e dei social guru negli ultimi tempi è molto spostato sul racconto, dove la storia che un tempo avremmo in qualche modo messo in relazione con la “promessa di marca”, viene data per assodata e certa.

Questo approccio non funziona, rischia di far cadere l’approccio in un mero abuso di strumenti potentissimi ma difficili da interpretare (pensate a youtube e pinterest) partendo dal mezzo e non dal fine. Confessiamo che non è banale “non cascarci”, ma c’è solo un modo per uscirne vivi: investire del tempo. La comunicazione ci impone di raccontare le persone e non il brand, non funziona più, ma come fare? Lanciamo qualche provocazione:

  • Non fidatevi dell’imprenditore o del management, c’è una forte differenza tra raccontare la vision (to be) e la realtà (as is)
  • Parlate con tutti, cercate le persone nascoste, quelli che non vi faranno incontrare perché non hanno nulla da dire, probabilmente è li che è nascosto un vero patrimonio di informazioni, sono i veri depositari del sapere aziendale
  • Focalizzatevi sulle differenze e i plus, perché lo fate meglio degli altri? Perché queste persone assieme lo fanno meglio degli altri? Cosa c’è di diverso?

Quando ripetiamo ossessivamente che la gente, i consumatori, chiedono scene di vita vera, non lo diciamo per cavalcare l’onda del back stage e della “manifattura forzata”, l’invito è molto più vicino alla scala dei bisogni di Maslow. Le persone non hanno perso la cognizione sul “come è fatto”, hanno perso la fiducia nelle altre persone. Dimostrare che “è fatto così, è fatto a mano”, significa semplicemente restituire alle persone prima del metodo la dignità e la forza di costruire una marca, che non è altro che un cappello leggero (un layer direbbe qualcuno) sopra un gruppo di persone, tecnologie e processi che portano ad un prodotto, un servizio o un’idea da commercializzare su un mercato.

Poche, pochissime persone si stanno focalizzando sull’analisi. Nessuno la valorizza, è difficile da vendere e non si vedono gli impatti diretti sull’output (l’infografica viene fuori lostesso, ma se ci sono scritte sopra cazzate insostenibili nel lungo periodo, beh, non importa a nessuno). Questa è una delle cose che abbiamo imparato negli ultimi anni, spendere e investire tempo sull’analisi è quello che può fare la differenza in progetti “people driven”, e non c’è da stupirsi se humans of new york, una pagina che racconta persone, ha un successo planetario. Le persone hanno bisogno di storie, ma se una persona può sopravvivere senza una storia, non è pensabile che una storia esista senza le persone.

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