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ingegnere

Che le Piccole e Medie Imprese necessitino di un web marketing spiegato “casa per casa” l’avevamo capito, ma qui la situazione si fa complessa. Negli ultimi giorni ho infatti avuto l’occasione di parlare a due gruppi di imprese e professionisti ben distinte: un ordine di ingegneri e due gruppi di associati a realtà artigianali. Accade quanto segue:

  • Esiste un 10% di realtà illuminate che per motivi più svariati eccelle in rete, con ottimi risultati
  • Il gap percepito tra le suddette e “gli altri” è ampio e la reazione del restante 90% è attenta e interessata ma in qualche modo “minata” da una patina di “eh, ma loro hanno i giovani che lo fanno” o “beh, il mio prodotto non si presta al web”
  • Dalla parte del consulente è palese che “non c’è scala” per seguire a uno a uno questi piccolissimi (diciamo sotto i 500.000 euro di fatturato), quindi vanno ricercati altri modelli

Due problemi dunque, uno culturale da parte dell’impresa ed uno di sostenibilità da parte dei professionisti. Sdogano subito la chiamata all’azione proprio alle realtà associative, purtroppo legate a due mondi che ne oscurano la visione in maniera drammatica: alla proposta di “formazione” e “servizi base” le aziende rispondono con una richiesta di “accompagnamento / consulenza” e “servizi innovativi” che queste realtà associative non possono erogare perché quei servizi innovativi sono di solito erogati da loro associati. Nessuno sembra capire che, come dice Bezos di Amazon, “è meglio essere cannibalizzati da se stessi che da gli altri”. Si genera quindi un pericoloso vortice negativo in cui chi eroga servizi a gruppi di imprese (l’unico che potrebbe affrontare la scala di cui sopra) perde appeal ed iscritti, ed i più avveduti (consulenti privati) si trasformano in “confqualcosa” occupando spazi di mercato. Per essere ancora più chiari le realtà associative dovrebbero offrire oggi servizi web, invece non rischiano di andare oltre la formazione. Problema loro.

Cosa possono fare fare invece il singolo professionista o l’artigiano? Probabilmente per innovare il 50% del proprio business bastano una pagina google+ e Facebook al posto di un sito, una presenza pervasiva in tutti i contenitori gratuiti, ed una figura in azienda dedicata al contenuto. È meglio un contenuto interessante in un contenitore brutto che il contrario. Appena questa piccola innovazione potrà finanziare chi questa cosa la fa di mestiere, si farà il salto di qualità. In queste realtà il prodotto è ancora giocoforza centrale, ed è su questo (su realizzazioni, referenze, metodi, immagini e scene di vita vera) che si può e si deve puntare. Insomma, il primo passo lo deve fare l’impresa, probabilmente quasi da sola (o con un direttore d’orchestra che muove le leve con un percorso di accompagnamento e formazione in azienda one to one), solo poi si potrà lavorare su progetti web di qualità e investimento.

Ciò che si percepisce la fuori è un immobilismo da parte delle tre realtà in causa: aziende, associazioni e consulenti. Se nessuno farà il primo passo il 90% del tessuto imprenditoriale italiano (edulcorato di un 10% virtuoso) è destinato ad osservare l’innovazione passare. Quando tutti si accorgeranno di tutto sarà troppo tardi.

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