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Ci vuole coraggio per fare impresa in Italia”. Prendo spunto da qui, da questa affermazione di un amico scoraggiato, le cui speranze sono ormai ridotte ad un lumicino. Parole forti, piene di rabbia e frustrazione, frutto di un normale sfogo nel momento in cui vengono superati certi limiti di tolleranza.

Parole che, ahimè, racchiudono però un fondo di verità, perché è realmente un atto di coraggio fare impresa in Italia, è addirittura più facile farlo nello stato di Panama o del Botswana piuttosto che nel nostro Paese. Non si tratta di paragoni estremizzati ma, purtroppo, di essere semplicemente obiettivi. Secondo l’ultimo report annuale della Banca Mondiale, il Doing Business 2014, l’Italia si piazza al 65esimo posto in una classifica composta da 189 paesi, il chiamato in causa Panama, invece, ad un più che rispettoso 55esimo posto.

Con tutto il rispetto per Panama e per il Botswana ma come è possibile che il nostro Paese sia giunto a questi livelli a dir poco drammatici? Cerchiamo di capire e analizzare le cause.

La pressione fiscale

La pressione fiscale gioca senz’altro un ruolo fortemente negativo, le imprese italiane subiscono un livello di tassazione, in termini assoluti, del 65% collocandosi al 138esimo posto della medesima classifica. È davvero preoccupante la prospettiva che un lavoratore, appartenente al ceto medio, debba lavorare per quasi le metà di un anno solare soltanto per rimpinguare le casse dello stato. Il 2014 è appena iniziato ma il “Tax Freedom Day” è soltanto un miraggio.

La burocrazia

La burocrazia, o come la definisce Antonio Gigliotti (Direttore di Fiscal Focus) “la tassa occulta”, a cui sono sottoposte le nostre realtà imprenditoriali, costituisce un vero e proprio ostacolo nel quale è facile incappare durante il proprio cammino o addirittura rappresenta una vera e propria barriera all’entrata per chi invece vuole intraprendere una nuova attività. Le nostre pmi subiscono le conseguenze di un sistema pubblico pachiderma caratterizzato da una serie di numerosi ed onerosi adempimenti talvolta anche inutili e privi di buon senso. Gli ultimi interventi del Governo sono stati proclamati all’insegna dello sviluppo e delle semplificazioni, cosa che invece, per il momento, non si sono concretizzati (o solo in parte), connotati invece da contraddizioni in termini di tempistiche, elasticità ed efficienza. Il tutto aggravato da leggi poche chiare troppo frequentemente soggette a modifiche o proroghe. Basti pensare all’infinita odissea in materia di IMU.

Il costo del lavoro

Il costo del lavoro in Italia è tra i più alti in Europa. Quante volte abbiamo sentito ai telegiornali o letto sui quotidiani di imprese costrette a delocalizzare la produzione in quei paesi dalla manodopera meno costosa? Per molte piccole e medie realtà, nel contesto economico attuale, assumere un dipendente a tempo indeterminato è un lusso che pochi si possono permettere, di fatto negli ultimi anni c’è stato il boom di quelle partite iva che sotto le mentite spoglie di un lavoratore autonomo celano un chiaro rapporto di lavoro dipendente, con tutti i vantaggi e svantaggi che ne conseguono. Non a caso il governo è intervenuto proprio per smascherare e sanzionare le partite iva fittizie, fissando dei parametri che ne limitano l’utilizzo.

Sulla base di queste considerazioni, dunque, mi domando per quale motivo un imprenditore estero dovrebbe investire nella nostra economia, quali vantaggi e profitti otterrebbe? Il debito pubblico e la produttività sono rispettivamente in continua ascesa e discesa, stiamo perdendo di competitività. Non è possibile pensare di essere attrattivi a fonti e risorse estere se prima non curiamo le nostre patologie interne.

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