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Bitstrips. La nuova moda del web, l’applicazione del momento, la risposta alla domanda che nessuno ha mai posto “come fare della mia vita un fumetto”. Avete mai fatto caso a tutti i disegnini in stile cartoons che da qualche settimana a questa parte compaiono nelle bacheche dei vostri amici? Beh, tutta opera di Bitstrips.

Si parte da un proprio profilo customerizzabile: da qui si possono creare delle vere e proprie scenette divertenti, scegliendo anche di far interagire nell’animazione anche i propri amici di Facebook. Andando a condividere, poi, si possono modificare i testi e ottenere dei badge, che sbloccano delle funzioni di personalizzazione dei profili.

Prima di fare qualche considerazione più seria, soprattutto in chiave business, mi sono divertito a raccontare una storia di quotidianità sul lavoro tra Ilaria e Giorgio, i nostri amici di Marketing Arena (Ilaria non me volere, anche perché questa storiella è un climax negativo, che finisce male!)

Passiamo dal faceto al serio: l’app funziona perché contiene il giusto mix di elementi come gratuità, facilità di condivisione, viralità, simpatia. Ma, oltre alle ragioni endogene, ci sono anche numerose argomentazioni esogene, forse il vero aspetto interessante di tutta la vicenda.
Una su tutte: far diventare brand le persone stesse, offrire alla gente un’applicazione che “entra” nella propria vita, generando una serie di scenette interattive già pronte che vanno a toccare i propri rapporti sociali.

Ma questo non basta. C’è un altro aspetto, che spiega anche il perchè alcuni brand la stiano usando sul proprio wall (come Galatine): la personalizzazione estrema dei post.
Sappiamo bene l’importanza che gioca l’immagine all’interno dei social: costruirne una già pronta, virale e dal successo parzialmente già assicurato sono presupposti che fanno gola.

In effetti, il lavoro di generazione di contenuti sui social media è diventato sempre più un lavoraccio. Ogni post sembra debba essere un capolavoro virale e tanto di cappello a tutti quei brand (mi viene in mente Cipster, ma ce ne sono molti altri) che investono tempo e risorse significative per ogni singolo prodotto da palcoscenico social.

In realtà, io credo che questa sia la strada sbagliata e credo che quel genere di post sia o-sceno, ovvero fuori dalla scena, non adatto al contesto. Credo, infatti, che si debba lavorare più nell’ottica del #nofilter, ovvero cercare di stare sul pezzo dell’azienda, raccontare la vita vera e non una magnifica e ben photoshoppata finzione.

Probabilmente certe volte manca la voglia, il tempo e la comprensione del mezzo per fare una scelta “vera”: diventa più semplice “costruire” il finto, che spesso significa dare tutto in mano ad una realtà esterna che, sapendo poco o nulla dell’azienda, ne racconta in modo astratto e generico un aspetto emerso da un brief. Vi starete chiedendo: cosa c’entra tutto questo con Bitstrips? Beh, poco o nulla: è stato un pretesto per parlare di un tema molto delicato, ma tanto la mia prof di lettere di liceale memoria adorava i racconti ciclici e io sono sempre stato abituato, per prendere il massimo alla voce “coerenza”, a chiudere il pezzo con un richiamo all’incipit… Tanto bastava per non finire fuori tema…

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