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Viviamo un momento economico complesso e strano, lo sappiamo tutti. I corsi di economia ci hanno insegnato a ragionare lungo assi di riferimento adatti alla lettura del business rassicuranti e solidi: politica economica, economia politica, economia aziendale, marketing, statistica, matematica etc.. A soli 6 anni dalla laurea, mi rendo conto che quei mondi non comprendevano per nulla fenomeni come etsy, kickstarter, uber e molti altri. Non farò l’errore di proporre questi ultimi come strumenti confrondandoli con le sopra citate macro. Li propongo proprio come macro, questi mondi sono parti di una nuova economia che non abbiamo ancora categorizzato. La decrescita, la modernità liquida, la coda lunga, ci hanno soddisfatto in parte. Teorie che ancora una volta analizzano “un pezzo del problema”, così come le startup, gli artigiani e la nuova mobilità sono “un pezzo della soluzione”. Cosa sta succedendo?

Un filone interessante di studio e analisi è quello dell’indie capitalism, fenomeno analizzato tra gli altri da Business Week, Fastcodesign e Wired: facciamo chiarezza. Il primo punto di attenzione è legato alla presenza di una mole importante e rumorosa di movimenti (da 5stelle a tea party) che affogano la propria esistenza in rete ed ivi sfogano la rabbia verso un ecosistema radicato e non rappresentante. I Tea party sono però anche un gruppo musicale, attingo a piene mani da Bruce Nussbaum, autore di “creative intelligence”:

I use the term Indie deliberately to reflect a new economy that shares many of the distributive and social structures of the independent music scene—and the value system as well. Indie bands are hyperlocal, and Indie Capitalism is a post-global, local economic phenom (think 3D printing, locavore eating, and crowdfunding new products). Indie capitalists are über-urban, too, feeding off the cultural/entrepreneurial energy of cities—New York, Portland, Chicago, Detroit, San Francisco, Los Angeles, Seattle, Austin. And they are, of course, super-participative. Indie Capitalists believe in our making of all things, with no clear boundaries between consumer and producer, investor and shopper. We are all of them.

Interessante e curioso il parallelo tra digitale e musica. Proprio come quando “Cottica e Fabbri” nel 2003 parlavano in un paper di “marketing virale nel mercato musicale”. Forse i sistemi complessi e creativi condividono dinamiche e substrati culturali e neurali. Chi sono i protagonisti di questa evoluzione? Gente come Elon Musk (per capirci: PayPal, Tesla, SpaceX). I principi fondamentali dell’Indie capitalism sono 3:

  • La creatività genera valore economico: l’originalità garantita dalla creatività genera valore economico, margine e vantaggio competitivo
  • La creatività guida il capitalismo: questo nuovo sistema genera valore e lavoro. Anche se siamo stati scottati dall’uso della creatività nella finanza, sembra che davvero “la musica stia cambiando”
  • La creatività è legata alla crescita: la velocità con cui nascono, muoiono e si accelerano le aziende genera valore e crescita economica

Mi aspettavo forse un po’ di più da questo primo contributo, sulla creatività Richard Florida aveva già detto molto e tutto sommato che le aziende non vivano solo di ricerca e sviluppo lo sapevamo. Leggendo più a fondo però, e paradossalmente non leggendo il padre di questa teoria ma i suoi commentatori, la cosa appare più convincente. La nuova economia sociale (fatta anche di maker e startupper, assieme sotto lo stesso tetto) è un antidoto al fallimento della finanza. L’indie capitlism è locale e non globale, è sociale e non transazionale, è basato sulla creazione (make) di valore e non sulla sua intermediazione, ed infine il brand è intrinseco ed embeddato nei prodotti e servizi non, palesato ed esposto. Rispetto all’economia delle startup parliamo di un sistema il cui focus è sulla socialità e non sulla tecnologia.

Si tratta di un concetto affascinante, la cui applicabilità è però tutta da analizzare, soprattutto in Italia. Mi sembra di capire che per sua natura il nuovo capitalismo non sopporta concetti che l’economia di ieri aveva ormai metabolizzato: la burocrazia, la lobby, il cartello, le barriere all’entrata. Tutti fenomeni che hanno in parte colpito anche il mondo della rappresentanza e dell’associazionismo. Vogliamo però credere in una luce diversa e nuova, necessaria e imprescindibile risposta ad un senso di mancanza che molti vivono in maniera non serena. Sposiamo la causa, e ci crediamo. Se abbiamo scelto di aprire con Business Week, chiudiamo con FastCoDesign ed in particolare con un messaggio di speranza:

Indie capitalism could be the kind of reinvigorated capitalism that we can all believe in again. To make it really work, we might need a new indie economics (of creativity and innovation), plus a new indie set of political policies.

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