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Oggi abbiamo il piacere di conoscere Francesca De Gottardo, classe 1985, friulana di nascita e social media manager per aziende del fashion e del design. La sua peculiarità? Ogni volta che entra in un museo sente un brivido speciale… ed è per questo che unendo professionalità e passione ha dato vita ad un progetto molto interessante per stimolare i musei italiani ad aprirsi alla comunicazione tramite i social media: #svegliamuseo

Francesca, ci racconti da dove nasce il progetto e quali sono le finalità?

Ciao Annamaria! Per prima cosa grazie per l’interesse in #svegliamuseo e per questo scambio di opinioni, sono sempre contenta di parlare del progetto con un’appassionata dell’argomento.

#svegliamuseo è partito da lontano, quando quest’estate conducevo delle ricerche per lavoro sulla comunicazione degli enti culturali nel Nord Est. La situazione di certe realtà completamente assenti sui social network mi ha molto colpita e ho iniziato a pensare a come questa mancanza potesse diventare un’opportunità di crescita. Ho cominciato a raccogliere materiale e in settembre ho acquistato il dominio e iniziato a lavorare su qualcosa di più concreto. Man mano che l’idea prendeva forma, ho coinvolto due persone a me molto vicine per amicizia: Aurora, di ritorno da un tirocinio di 1 anno al Getty Museum di Los Angeles e quindi “sul pezzo” per quanto riguarda i musei italiani e stranieri, e Federica, da sempre la mia “social media guru”, in diretta dagli States e a disposizione per consulenze sui social network.

Lo scopo di #svegliamuseo è quello di contribuire ad accendere i riflettori su un problema, quello della comunicazione online dei musei, prestando particolare attenzione ai social media. Non pretendiamo di risolvere la situazione, ma vorremmo aumentare l’attenzione del pubblico, coinvolgere chi è interessato a questi argomenti in una community e stimolare il dialogo tra i professionisti del settore.

Il metodo che abbiamo scelto è quello di chiedere informazioni, consigli e esempi di best practice ai community manager dei musei stranieri che sono più attivi sui social media. Unitamente a questa parte più proiettata verso l’estero e in corso di svolgimento (per ora ci sono tre grandi musei che hanno accettato di collaborare e stiamo continuando a scambiare contatti, speriamo di arrivare a 10 per la fine dell’anno!), abbiamo creato un gruppo su Facebook per promuovere l’interazione tra chi si occupa, per passione o professione, di comunicazione della cultura e stiamo lavorando a delle interviste con i migliori esempi italiani del settore.

Ci puoi fornire una panoramica sulla situazione museale all’estero per quanto riguarda la comunicazione tramite i social media? Quali sono, secondo te, le migliori best practice da citare?

La situazione all’estero dipende ovviamente da quali stati si guardano. I musei di ambiente anglosassone, gli olandesi e gli spagnoli sono tendenzialmente più avanti di noi, ma anche i tedeschi e i francesi si muovono bene. Per chi volesse vedere una panoramica dettagliata e ordinabile in base a accessi, Facebook fan e follower su Twitter, il sito è molto accurato e di facile consultazione.
Certo, i numeri non sono niente se non si guarda ai contenuti e a quanto questi rispondono alle esigenze del target. Per farti solo qualche nome, la Tate Gallery ha ottime attività di engagement su Twitter, è in grado di giocare con i quadri della collezione e di mantenere sempre viva l’attenzione con creatività.

Lo Smithsonian proprio in questi giorni pungola i follower per stimolare il crowdsourcing sulle ricerche in corso (vedi ad esempio questo tweet), il MoMA è tendenzialmente sempre all’avanguardia nelle iniziative di engagement, sia online sia nel museo (vedi My summer at MoMa), ma anche realtà molto più piccole sono attive con progetti creativi (come la rete dei musei dello Yorkshire). Il web è ricco di case history interessanti, basta seguire i profili e le pagine dei musei per scoprirne di nuove ogni giorno!

Sul tuo blog si legge che i musei del futuro saranno sempre più musei “beyond the venue”. Puoi spiegarci cosa significa?

“Beyond the venue” significa oltre il luogo fisico, nel senso che sempre di più stanno prendendo piede anche nei musei le tecnologie di realtà aumentata (Augmented Reality o AR), come QR Code e applicazioni per smartphone. Un esempio ancora del 2010 è stata la mostra del MoMA nella quale le opere non erano visibili dal pubblico generico, ma solo da chi utilizzava l’apposita applicazione gratuita, tramite la quale poteva vedere altre opere allestite nelle sale. Senza andare per forza sempre negli Stati Uniti, ho da poco visitato il percorso del Vajont e non mi sarei mai aspettata di vedere il simbolino del QR Code nel cuore del Friuli!

Se dovessi ideare una strategia di comunicazione per un museo italiano quali sono gli ingredienti fondamentali di cui non potresti fare a meno?

Ti do la risposta perfetta per Marketing Arena: segmentazione, targeting e positioning, le parole chiave che ogni studente di marketing impara dopo una settimana di corsi! A parte gli scherzi, è vero che la strategia di comunicazione di un museo non dovrebbe differire da quella di un’azienda, almeno nelle linee guida.
Lo studio del target è sicuramente il punto da cui partire, insieme alla definizione della propria mission e degli obiettivi di posizionamento che si vogliono conseguire. Senza questi elementi, tutta la comunicazione sarebbe casuale e non si saprebbe neanche quale canale scegliere e come gestirlo. Nel caso della comunicazione online, il successo o l’insuccesso di una strategia sono determinati solo ed esclusivamente dalle risposte del pubblico, quindi lo studio delle persone con cui si vuole parlare sarebbe l’ingrediente che metterei senza dubbio al primo posto.
Nel caso specifico di un museo italiano, il budget sarebbe molto probabilmente una restrizione notevole alla mia strategia, per cui ne dovrei necessariamente tenere conto. Lo stesso ragionamento vale per il personale a disposizione: purtroppo quasi mai un museo ha la possibilità di allocare una persona alla sola gestione dei social media. La mia strategia dovrebbe essere consapevole di queste limitazioni, per cui probabilmente selezionerei attentamente i canali social da gestire, almeno in una fase iniziale.
Il tipo di museo e la collezione sono sicuramente il terzo ingrediente che valuterei attentamente: che oggetti ho a disposizione? Archeologia? Arte rinascimentale? Arte contemporanea? La collezione farà inevitabilmente parte dei contenuti che pubblicherò e va considerata in fase strategica. In genere, per il momento vedo che i musei che lavorano meglio con i social sono quelli di arte contemporanea e di scienza, speriamo che la situazione migliori col tempo!

Secondo te qual è il Social Media più indicato per la comunicazione di un museo? E perché?

Questa è una domanda complessa, soprattutto perché dipende da quali sono gli obiettivi di comunicazione di quel museo. Ogni social network ha caratteristiche diverse e ogni canale serve al raggiungimento di uno scopo differente.
Ad esempio, Twitter accorcia le distanze e favorisce l’interazione diretta, ma consente l’uso di testi brevi, soprattutto quando accompagnati da link, hashtag e mention (e – per carità – il testo deve essere ottimizzato per Twitter, non si possono vedere i tweet di certi musei con i puntini di sospensione che troncano a metà il discorso!). Pinterest è il canale privilegiato per la condivisione di immagini e le potenzialità per i musei sono veramente infinite (alcuni esempi molto carini sono citati qui). Facebook rimane il social network più usato, ma anche qui ci deve essere una strategia a monte e i post devono seguire una logica e mantenere un tone of voice coerente con l’immagine che il museo vuole veicolare. YouTube è ancora un mondo a parte e conviene scegliere di utilizzarlo solo se si hanno i contenuti giusti, con la giusta attenzione a qualità e messaggi (un post sull’argomento l’ha scritto Francesco Ripanti sul nostro sito). Flickr è ancora un ottimo canale per la condivisione di foto di qualità, mentre Instagram sta prendendo molto piede soprattutto per l’utilizzo degli hashtag che si può fare per coinvolgere il pubblico nella co-produzione dei contenuti.

L’argomento è sfaccettato e ancora da noi non è chiaro quale strumento scegliere, spesso si fa confusione e si apre un profilo in ogni social network, col rischio di lavorare male e disperdere i contenuti e le risorse.
La stessa domanda che mi hai posto è la seconda nella nostra lista di richieste ai community manager stranieri, proprio per farci dare delle linee guida “ufficiali”!

Il tuo sogno nel cassetto?

Ah ma questa è la classica domanda più difficile lasciata per ultima! La mia risposta istintiva è “lavorare nella comunicazione di un museo”, ovviamente. Sarà banale, ma l’archeologia e l’arte scorrono nelle mie vene da quando sono piccola e, anche se mi piace molto quello che faccio oggi con la social media e web agency in cui lavoro, sarebbe bellissimo poter ritornare un domani al “mio mondo” e unire la mia passione originaria con questa nuova dei social. Sono due realtà distanti ma che – se unite – hanno potenzialità incredibili. Ad oggi questo sogno è ancora difficile da realizzare, a causa della situazione di crisi in cui versa la cultura in Italia: tengo il sogno nel cassetto ancora un po’ e nel frattempo c’è #svegliamuseo!

Grazie Francesca per l’intervista e in bocca al lupo per lo sviluppo del progetto #svegliamuseo!

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