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Prima di tornare sul tema del social ROI, che sembra ancora parzialmente inevaso viste le varie campane sull’argomento, vorrei lasciare una nota su un roboante articolo che cita addirittura LinkedIn per dare conto di un +1300% e oltre nelle richieste di lavoro nei Social Media. Al lettore non attento potrebbe quindi apparire quasi un’offesa il non buttarsi a capofitto nello studio di questa nuova scienza, una delle poche che sembra in grado di garantire un lavoro certo, di questi tempi.

Il gioco potrebbe anche reggere, ma solo con alcuni avvertimenti. Prima di tutto il ruolo di social media manager non è un titolo che si acquisisce per divina benedizione, serve molto lavoro e soprattutto serve esperienza verticale di settore, oltre che un titolo di studio. Cito Forrester:

Non è quindi poi così giusto pensare che il social media manager “sia quello che aggiorna Facebook”, siamo fuori strada. In secondo luogo come anche l’articolo sottolinea, siamo di fronte ad una figura condannata alla juniority. Il rischio, come si dice dalle mie parti, è quello di contare come il due di coppe quando va a spade, cioè nulla. Le aziende si stanno organizzando con referenti web marketing o con parti dei social in capo alla comunicazione ed altre in capo al marketing (una vera goduria per il consulente che può toccare solo alcune leve), per questo è forse alle suddette “poltrone” che bisognerebbe puntare più che ad un ruolo interessante ma comunque non indipendente nella catena del valore.

Da questo secondo punto nasce l’assist per il vero tema che vorrei lanciare: nei social media si nasconde il valore? Si, se ne nasconde molto. Ma al tempo stesso più piccola sarà l’impresa e più alto sarà il delta tra le aspettative del cliente (nuovi clienti, nuovi clienti, nuovi clienti!) e le possibilità offerte dal Social Media Manager. Il tessuto imprenditoriale italiano ha bisogno di queste competenze e di innovazione digitale, ma l’attuale modello non funziona. La gestione ad un prezzo basso da parte di consulenti esterni (l’unica opzione contrattuale possibile per un social media manager nelle pmi) è un bagno di sangue. I modelli che funzionano (per il maker, per il nuovo artigiano, per la bottega di provincia, ma anche per l’azienda minimamente strutturata) sono alternativi: in un primo caso è possibile pensare di formare le figure interne che possono prendere in mano il progetto social media o proporre una figura che segua, in un’ottica di co-opetition, più clienti nello stesso segmento distribuendo tra tutti il costo (sto pensando ad una persona che segue 10 ristoranti sui social). Nel secondo caso, si alza l’asticella. Il valore si sposta in un progetto di marketing digitale che vede nei social una leva interessante, strategica, utile, ma non l’unica. Il business di riferimento (servizi? prodotti? quando è local?) cambia tutto, ma la via da perseguire è questa, almeno secondo noi.

Attenzione quindi, il social media manager è un lavoro, ma attenti a non caricare troppe aspettative su un mondo che, per natura in crescita, potrebbe addirittura deludervi.

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