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Ci sono alcuni concetti dell’economia che mi sono sempre piaciuti, tra questi il cherry picking, il free riding e le asimmetrie informative. Quando però ieri una persona mi ha detto “non posso pagare 500 euro una stampante solo perché c’è l’assistenza quando su trovaprezzi costa 299”, il terzo concetto è tornato in vita più che mai. Non è un mistero, la rete disintermedia e abbatte le asimmetrie informative, aiutando i consumatori. Questo però solo a prima vista, la domanda infatti è chiara: quale è il bilancio, il saldo commerciale, delle nuove asimmetrie contro le vecchie? Mi spiego: un’attività come l’advertising contestuale, che ci fa credere che quel prodotto sia davvero adatto a noi, non porta un’asimmetria percettiva più che informativa? Non abbiamo tempo di erigere barriere percettive, la velocità con cui “se ne inventano di nuove” è drammatica. È pur vero però che le asimmetrie informative, paradossalmente, generano PIL, dove vanno i soldi che risparmiamo grazie all’ottimizzazione dei nostri acquisti? In risparmio? Paradossalmente, abbattono i consumi?

Mi piacerebbe capire se internet ha davvero migliorato il saldo totale o semplicemente spostato le asimmetrie “banali” (tipicamente da compravendita) verso modelli più complessi che potremmo chiamare asimmetrie da canoni. Qualche idea?

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