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Ieri ho avuto il piacere di dialogare con un tecnico del lavoro a proposito di stage, tirocini, contratti a progetto, contratti a termine ed altro. La sensazione è quella di parlare al muro. Nel mercato in cui oggi operano tante realtà come le nostre, che è lo stesso mercato lento e affascinante dell’artigianato di domani, della terza rivoluzione industriale etc.. intervengono esigenze e soprattutto rendite di posizione distinte, tento un disegno:

Esistono una serie di privilegiati che godono di contratti e pensioni d’oro. Sono il problema dell’Italia non tanto perché questo sia giusto ma perché gli altri non possono avere questi vantaggi. Chiunque abbia voglia di parlare di equità, parta da questa categoria.

Ci sono poi tutti quei personaggi che navigano in un marasma di para contratti che vanno dall’apprendistato (oggi troppo rigido) alle collaborazioni occasionali. Nessuna conferma del proprio stato e una vita totalmente indecisa di fronte a rinnovi incerti che, è giusto si sappia, sono gli stessi contratti incerti cui i clienti legano le imprese. È pur vero che il rischio d’impresa è in capo all’imprenditore e non al dipendete.

Chiudiamo con le partita iva, che dividiamo in due macro-mondi: i free lance ed i wannabe startupper o similare. Nel secondo caso non c’è un tema di lavoro, l’incubazione è spesso la via per garantire uno stipendio che è spesso edulcorato da un sogno. I primi invece sono una categoria furba, che però diverrà il problema dell’Italia. L’imprenditore da molto volentieri lavoro ai free lance perché si sente mentalmente libero di mandarli a casa in ogni momento, poi non lo fa mai. Per due motivi, il primo è che queste persone spesso si affezionano all’azienda, abbastanza per essere quasi dei dipendenti, ma non troppo per non rispettare i limiti di legge (diciamocelo, bastano 4 fatture fatte fuori). Il secondo motivo è che queste figure offrono servizi in tutto e per tutto paritari alla seconda categoria (i nuovi precari) senza portare con se le rogne descritte nelle prime righe.

Il messaggio che vorrei lanciare è molto semplice. Manca uno strumento contrattuale che tenga conto della possibilità dei nuovi piccoli figli di un mondo diverso, cioè imprenditori precari e dipendenti precari che stanno sulla stessa barca. Questo strumento deve garantire uno stipendio dignitoso e più alto di adesso a queste persone. Ma non deve avere alcun contributo previdenziale o altro, quei contributi vanno garantiti da chi ha già dato, da chi sta prendendo a 80 anni pensioni da 4000 euro e da chi sta prendendo stipendi da 8000 euro nella pubblica amministrazione. Che non merita perché se fosse nella mia agenzia dove si misurano le performance sarebbe già stato cacciato a calci. Questo strumento deve permettere una forte flessibilità perché saranno performance, formazione, talento e indispensabilità a tenere legate aziende e dipendenti (anche con modelli come il ROWE, chi se ne frega se vieni in ufficio, fai il tuo e fallo dove vuoi), non stringenti accordi contrattuali che poi si sbriciolano “accordandosi a 5 mensilità di buona uscita”.

Questo strumento esiste già, si chiama finta partita iva, non sarebbe ora di guardarsi negli occhi e legalizzarne i vincoli?

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