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E’ degli ultimi giorni uno video virale che sta catalizzando l’attenzione (e muovendo la pancia) di molte persone, non solo appassionate di marketing. Perché tocca corde, per qualcuno, un po’ fuori allenamento.
Senza svelarvi troppo, vi invito caldamente a vederlo e, se lo vorrete, condividere le vostre impressioni e sensazioni commentando questo post. Proviamo?

Di seguito le mie 3 considerazioni da appassionato di marketing per il sociale, declinate pensando alle possibili implicazioni per gli strumenti di marketing attuali e soprattutto potenziali. A cosa usiamo oggi e cosa, invece, dovremo imparare ad usare in futuro nella nostra cassetta degli attrezzi.

Non c’è più un confine netto tra profit e non profit, tra azienda e “causa” nella comunicazione

Ambiti prima ben separati e, di conseguenza, comunicati in modo differente si fondono in un’unica narrazione che riporta la persona e le sue esigenze intime, irrazionali, al centro della scena.
Parallelamente, nascono forme nuove di impresa orientata non solo alla massimizzazione del profitto, molto più efficaci – in quanto impresa – della classica charity, che vive “degli avanzi” del sistema capitalistico classico.

Non è più il classico greenwashing

Non è la richiesta al “give back” ma un trend in ascesa che mette al centro i bisogni emozionali della persona, intesa come centro di possibilità e attore in grado di agire consapevolmente per cambiare un pezzettino di mondo. Che si stia evolvendo, finalmente, l’homo economicus? C’è crescente domanda di senso, di trascendenza laica, di umanità non mielosa e strappalacrime.

Il COME diventa più importante del cosa vendi (quantomeno nei mercati saturi, quelli dei paesi occidentali)

Se io consumatore, che tendenzialmente ho già soddisfatto i miei bisogni di base, posso scegliere quale prodotto/servizio acquistare con un certo budget di spesa – ed è morto il buon rapporto qualità/ prezzo, assieme alla classe media – tendo naturalmente a premiare modalità nuove di offerta di fascia medio/ alta (Eataly, GROM, Cucinelli) che mettono al centro della loro strategia la persona, e non il dipendente o il consumatore. Mi allontano dalla commodity e, ovviamente con la giusta base di “sostanza”, cerco l’esperienza responsabile da comunicare ai miei amici.

Evolvono continuamente i bisogni del mercato ed evolvono quindi gli strumenti che il marketing utilizza per soddisfare quei bisogni. La retorica della crisi, dal 2008, ci parla di instabilità, perdite, difficoltà economiche reali e durissime. Amplifica queste situazioni, le esaspera creando ancora più ansia e incertezza. E’ come se, in chiave di possibile risposta anche emotiva, psicologica, fosse arrivato il momento di scendere dalla scala dei bisogni di Maslow e (ri)partire dalla ricerca di senso del nostro agire sociale ed economico. Dalla qualità e non dalla quantità del tempo di Vita, dal come e soprattutto dal perché agiamo (e compriamo) per soddisfare nuovi bisogni di legami sociali autentici e, paradossalmente, non “in vendita”.

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