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Il lavoro è cultura. Bene, con questa frase potrei già chiudere il mio articolo o quel che ne verrà fuori da questo insieme di riflessioni eterogenee. Perché questo post? L’obiettivo è semplice, ragionare sulla percezione del lavoro; non sulla ricerca di lavoro con strumenti e personal branding e tantomeno fare una riflessione pindarica sul periodo difficile e sul sistema con i suoi organismi elefanti, che fatica a sostenere imprese e startup.

Oggi parliamo di cultura del lavoro, stato mentale e costruzione del sé (sociale), che si affina professionalmente con esperienza sul campo, entrando in contatto con persone in gamba e imparando dai propri errori. Questo fattore oggi è sempre più determinante per trovare, ma in particolare, per “coltivare il proprio lavoro”, autonomo o dipendente che sia.

Cultura del lavoro vuol dire passione e impegno per quello che si fa.
Significa aggiungere valore all’azienda attraverso un rapporto di stretta correlazione tra futuro aziendale e destino-ambizione personale, di scambio tra uomo e professionista, tra persona e lavoratore.

Per non lavorare tutta la vita fai della tua passione il tuo lavoro”. Suonava più o meno così questa famosa quanto abusata citazione, che raccontava però due cose molto utili e molto diverse:

  • il lavoro viene percepito dalla stragrande maggioranza delle persone – in alcune società più che in altre – con un’accezione negativa, il che non fa altro che inibire lo sviluppo di una cultura del lavoro a livello personale e collettivo;
  • la passione è la chiave di volta che alimenta il lavoro e probabilmente la prima, ma non l’unica, indispensabile caratteristica per raggiungere quella che Jim Collins chiama eccellenza.

Prima il “chi”, poi il “cosa”

La cultura del lavoro per entrare nel nostro bagaglio deve essere formata prima dalle persone giuste, dopo dai libri e dalle esperienze giuste. Mettere prima il “con chi” significa dare importanza ai compagni di viaggio con cui si affronta un’esperienza, lavorativa o meno.

Lavorare con cultura non significa avere una “cultura del lavoro”

Essere bravi, colti e preparati non basta. Oggi serve precisione e dedizione per essere migliori. Pensare al cambiamento in termini di opportunità, mettersi in gioco, essere pronti a prendere decisioni difficili, aggiungere valore ad un progetto mettendoci la testa, sacrificando il proprio tempo. Tutto questo è cultura del lavoro.

L’ambiente catalizza la crescita

Crescere in un bell’ambiente, umano, professionale e dinamico, favorisce lo sviluppo della cultura del lavoro. Il team migliora la persona, avere un ottimo mentore, lavorare con i migliori, tutti aspetti che aumentano la competenza, se si è pronti e umili nel mettersi in gioco e lesti nell’imparare a mettere in pratica.

Oggi, in un periodo in cui da un lato grandi e piccole aziende guardano con attenzione alla comunicazione e al digitale senza saper bene come muoversi, dall’altro si ripescano e si reinterpretano vecchi modelli di business – spesso vincenti – guardando con favore al lavoro e alla cultura artigiana. In questo periodo di transizione, non è più possibile restare fermi, bisogna saper crescere scegliendo le persone giuste, oppure, diventando quelle persone.

La tradizione e l’insegnamento che da essa deriva, aiutano l’approccio responsabile al lavoro, un tassello importante per crescere, ma non l’unico. La cultura del lavoro è un puzzle da completare come la nostra personalità. È una risorsa, una leva da muovere quando occorre fare le scelte giuste. Può rafforzarsi grazie alle persone e all’ambiente, non è dominata dal denaro ma avvalorata dai rapporti umani, dal lavoro di squadra e della tensione costante tra responsabilità e successo aziendale, collettivo.

Questo è quello che io intendo per cultura del lavoro, forse mi sbaglio ma credo che una maggiore riflessione su questo concetto possa aiutare le persone a migliorare se stessi e la percezione che si dà all’esterno, magari ad un colloquio di lavoro.

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