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Qualche giorno fa nella pagina Facebook di Futuro Artigiano è comparso un video molto interessante, che qui riporto:

Il copy che accompagna il post è da non sottovalutare: “non si parla di lusso, ma di eccellenza”. La rivoluzione dei maker rischia di essere “troppo semplicistica” se interpretata in due modi, a mio avviso entrambi errati:

  • la “maturità” del digitale, il post digitale, the next big thing dopo i blog e i social network
  • la rivincita dell’artigiano in crisi

Entrambe le vie sono segnali profondi di immaturità e incomprensione di un fenomeno che ha invece a mio parere proprio nell’eccellenza il suo cardine, nucleo e punto focale. Non è facile ricordarsi che è nuovo artigiano il produttore di macchinari per la panificazione, chi si occupa di trasformazione nel settore ittico così come il gelatiere innovatore. Non è facile ricordarsi che la M delle PMI comprende aziende che fatturano senza vergogna 100 milioni di euro, e non sono industrie. E, mi dispiace, non c’è accordo nei termini e nelle definizioni tra l’artigiano socio delle associazioni artigiane e l’artigiano maker che tutto cercano di portare sulla cresta dell’onda.

Il denominatore comune potrebbe essere l’eccellenza. E solo parlando con le aziende “casa per casa” si può capire di cosa parliamo, e si può capire chiaramente che quello è “il quid” non copiabile, ma forse fino ad oggi nemmeno troppo descritto nei libri e negli articoli sul tema. Non è un pezzo di conoscenza generativa, non è un metodo, è un insieme di cose, e soprattutto è ogni volta diverso. Se penso ai pochi casi che ho avuto la fortuna di visitare mi vengono in mente persone cresciute in un humus manifatturiero non ripetibile all’interno di un distretto fittissimo (l’eccellenza sono 20 anni in una famiglia che sa fare e vendere scarpe come nessun altro), l’esperienza di un medico italiano che ha lavorato con la NASA, per poi creare un proprio metodo, l’azienda che produce radiatori che si costruisce i macchinari in casa, e domina un processo produttivo non copiabile, per via di 50 milioni di euro di lock-in, e risorse umane specializzate in cui anche la produzione del processo produttivo è un asset strategico. C’è l’azienda di sole donne che fa il tiramisù come nessun altro, e il grande player dell’ittico che in 5 anni produce un fatturato enorme grazie ad un sistema di conservazione innovativo.

Cos’è l’eccellenza? Non è per forza innovazione, non è per forza esperienza, non è per forza storia, non è per forza dominio di un metodo o di una tecnologia. È la comprensione che puntando sul mix di questi fattori si può crescere, puntando ad una crescita igienica e non fittizia, leggevo qualche tempo fa di un’azienda sanissima, perché piena di titoli di stato, ma labile nella produzione. Forse non è pensabile che un’azienda possa eccellere nell’economia reale quando la sua gestione straordinaria è più strategica della gestione ordinaria.

Credo che l’eccellenza sia il successo nell’economia reale, la valorizzazione delle persone e del know how unico rispetto alla replicazione, al copycat. Nelle startup eccellenza è innovazione spinta, presidio di buchi di mercato tutti da esplorare. Eccellenza è “cosa sai fare meglio degli altri?” e dal “debrief” dei valori che compongono questo vantaggio, potrebbero emergere le fondamenta, anche e soprattutto in rete, per un’economia che vede l’Italia agile protagonista, e non rinsecchito follower.

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