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Ok, questo post non sarà un capolavoro della letteratura universale come lo fu l’opera Proustiana, ma alla base muove dalla stessa spinta motivazionale: indagare il fatto che Google cerchi di scoprire di che cosa sia composto il tempo (che investiamo sul motore di ricerca) per sfuggire al suo corso e farci risparmiare risorse.

Ma oltre a questo nulla più. Questo post non è un’”oeuvre cathédrale” e neppure una rievocazione malinconica del passato perduto. Anzi. Se vogliamo è un inno alle doti cognitive del sito più visitato al mondo e di come si stia trasformando.
E tranquilli pure sul fatto che non saranno sette volumi. Al massimo sette paragrafi. E non perché non voglia, ma perché i metalinguaggi e le caratteristiche intrinseche del web mi impongono stringatezza (cosa che, come vedete, è mancata in questa premessa fuffosa!).

Ma, del resto, anche “Alla ricerca del tempo perduto” è stato riassunto in “Marcel diventa scrittore”. E allora, analogalmente, saltando tutta la menata sui livelli diegetici, l’io narrante e il sempre caro Genette, possiamo comodamente sostenere che il senso del post che andrete a leggere è racchiuso in “Google diventa intelligente”.

Ma andiamo al sodo.
Ho visto recentemente il film “Scoop”. Certo, non che mi sia sforzato troppo nella scelta, ma questo è quanto. Guardandolo mi sono chiesto “ma Woody Allen quanti caspita di anni ha che è da quando sono piccolo che mi sembra vecchio?”. Così ho googlato la query “quanti anni ha woody allen?”. Sapevo già che la prima posizione sarebbe stata per Wikipedia. Ci avrei cliccato. Avrei dovuto fare il conto inverso con le dita partendo dall’anno di nascita per capire quanti anni avesse.
Invece quello a cui ho assistito mi ha lasciato basito:

Cioè, Google ha capito quello che chiedevo? Improvvisamente è diventato intelligente? Così ho fatto altre prove:

Assurdo no? Tutte ricerche che avrebbero dovuto potenzialmente non funzionare.
E invece funzionano.

Questo significa che Page & Brin hanno creato qualcosa di intelligente. Questo significa che Google ha imparato a leggere la “ricerca implicita”, quella nascosta nel significato delle parole che scriviamo. Una profondità cognitiva che, sinceramente, mi sorprende.

Da anni parliamo di web semantico, vero. Ma resto comunque sorpreso.
Questo di per sé è rivoluzionario. Oltre a ciò va anche considerato che diventa sempre più importante anche “l’implicito non manifesto”:

  • l’essere loggati quando si fa una ricerca
  •  la geologalizzazione
  • il device d’uso
  • il contesto ambientato

Ma badate bene, non è una mia previsione folle, ma una certezza: il punto d’arrivo, il limite a cui tende Google (per usare un’espressione logaritmica estremizzata e provocatoria) è il fatto che non ci siano più query, ma informazioni implicite che giungono a noi senza bisogno di chieder nulla. E anche i brevetti che sta rilasciando Big G sono in questa direzione. E, per carità, si potrebbe aprire ancora il dibattito la “SEO è morta o sopravvive”. Non voglio farlo, anche perché è cosa sterile. Come in ogni caso “in medias stat virtus”. La Seo serve. Non estrema, ma fatta avendo ben in mente che i contenuti, adesso, devono piacere prima agli utenti, poi al motore di ricerca.
Ma questa trasformazione sta stravolgendo tutto il mondo del web. Gli adwords, ad esempio. Avete preso familiarità con il concetto di Enhanced Campaigns? Sostanzialmente sono campagne che permettono di prendere in considerazione l’aspetto situazionale della ricerca: ora del giorno, posizione, device… in cui si trova una persona.
E tutto questo, pensiamoci bene, genera un servizio per le persone e al tempo stesso una complicazione non da poco per i webmaster. Immaginate la query “negozi di computer”. Capite come sia giustissimo che se effettuata da mobile dia come risultati i negozi che vendono computer più vicini a dove mi trovo, mentre se fatta da dekstop metta in risalto e-commerce o i top brand, magari con cui i miei amici fidati hanno avuto a che fare.

Comprendo, al tempo stesso, che per i puristi della ricerca tutto ciò sia insensato. Lo stesso trasformarsi di Google da motore di ricerca a social disturba e non poco, in quanto l‘oggettività dei risultati va a farsi benedire. Beh, io mi sbilancio, e dico “meglio così”.

Meglio chiudere qua sennò finisco anche io nel Guniness per il post più lungo del mondo (come Proust per il romanzo). Dico come post scriptum, che, a differenza della “Recherche du temps perdu”, qua per ritrovare il tempo perduto non occorre ricercarlo nel mondo letterario e interiore, ma, per una volta, i bit ci danno una mano. E scusate se è poco…

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