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I social media e la carriera professionale. Tanto si è detto e tanto si è fatto, intorno alla questione, tanto che sarebbe lecito presupporre che la maggior parte degli utenti non solo sia a conoscenza dei principi del buon social networking, ma abbia un comportamento coerente nell’utilizzo dei social network.
In realtà le persone sui vari Facebook, Twitter ecc, si comportano in modo ben diverso. Se una quantità di persone in costante crescita ha ormai piena consapevolezza di come essere presenti in modo corretto e professionle sui social network, probabilmente, un comportamento di fatto tanto differente sul web deriva da esigenze di gratificazione emotiva e personale.

Secondo quanto espresso da Bill Davidow su The Atlantic, viviamo in un’epoca di “narcisismo epidemico” che viene alimentato dai social media. I social network, attraverso appaganti relazioni virtuali, soddisfano l’ego di chi li usa.

Ricevere molti like o molti retweet, quindi, viene interpretato come una conferma della propria capacità di relazionarsi e, per ottenere tale sensazione di interagire e ricevere attenzioni, spesso si tende a puntare sulla quantità e non sulla qualità, si condivide di tutto, si dà la propria opinione su ogni cosa. Il risultato di tale atteggiamento è scontato: molti contenuti condivisi non significa generare maggior interesse, ed i propri amici/follower, tenderanno a stancarsi.

Comunicare su “tutto” significa mettere in gioco opinioni “extra” legate a politica, sport, attualità e gusti personali. È facile immaginare quanto questo possa danneggiare i job seeker ed in generale chi cerca di dare nuovo slancio alla propria carriera. I recruiter, infatti, tendono ad essere spaventati da coloro che espongono troppo il proprio orientamento o la propria opinione e perciò mostrarsi troppo “schierati” può essere un vero e proprio autogol per le ambizioni di chi cerca nuove opportunità di lavoro.

Tra i professionisti del web l’opinione diffusa è invece che si debba cercare di rimanere neutrali, evitare le critiche di parte e magari trovare punti in comune che avvicinino. Concordo in linea di principio con l’idea che non ci sia motivo di esprimere la propria opinione su tutto, perché più ci si avventura su terreni incerti e non di nostra competenza, più è facile apparire impreparati o persino urtare la sensibilità di altri utenti.

Diventando relativamente mainstream l’idea che non ci si debba esporre più del dovuto, si è così creato nel web uno spazio in cui da una parte agiscono gli “inconsapevoli”, i narcisisti che utilizzano i social network in cerca di conferme e lo fanno mediante la condivisione dei più diversi contenuti e l’espressione di pareri personali e, dall’ altra, un ambiente maggiormente politically correct di “attenti”, i quali concentrano la comunicazione social quasi esclusivamente sugli argomenti di propria competenza e cercando di non mostrare troppo le proprie opinioni in altri ambiti.

Personalmente ritengo che sia opportuno tendere verso la seconda polarità, adattando la propria comunicazione alla natura del social network e dei propri interlocutori. D’altro canto è vero che le nostre passioni, i nostri gusti in fatto di cinema, di libri, di sport, sono quelli che ci rendono umani agli occhi degli altri, che creano empatia, che permettono anche di attirarci le attenzioni di qualcuno. La comunicazione social, come tutti i tipi di interazioni, risulta spesso più intrigante se connotata da opinioni personali ed emotive.

Per emergere tra la massa di utenti che affolla il web, la soluzione consiste probabilmente nel valutare accuratamente quali parti della nostra vita privata condividere, scegliendo il modo più delicato e rispettoso di esprimere opinioni e fermandosi a riflettere un attimo in più, prima di postare o twittare un contenuto, su cosa stiamo comunicando e sul modo in cui verrà percepito.

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