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Si può far uscire l’arte dai musei? Certo. E ne abbiamo prova con le installazioni. Si può far uscire l’arte dai musei sfruttandola per riattivare zone degradate delle città e, in particolare, gli spazi del trasporto pubblico dove quotidianamente transitano migliaia di persone?

Ammetto che sia difficile dare un un sì immediato. Ma io dico che sì, si può. E il modello ce lo dà New York. Per riparare alle conseguenze dei tagli sui trasporti pubblici, causa di un declino di tutto il sistema urbano newyorkese sul servizio e, più in generale, sui controlli per la sicurezza dei mezzi di trasporto, nel 1985 la MTA (Autorità Metropolitana del Trasporto) ha avviato Arts for Transit. Inserendosi negli investimenti per la riqualificazione degli spazi di trasporto pubblico, il programma vuole integrare opere d’arte, anche d’autore, in stazioni e aree metropolitane. L’obiettivo è risollevare ambienti e infrastrutture, migliorare l’esperienza di chi li usa e, in generale, la qualità della vita.

Arts for Transit vive ancora oggi con un’offerta molto più ampia. Dal 1996 la direttrice è Sandra Bloodworth (artista lei stessa) e i risultati comprendono 230 prodotti installati in tutta la rete dei trasporti. Oltre a opere permanenti, vi sono anche esposizioni fotografiche temporanee, l’applicazione di poster fatti da illustratori e lavori frutto di altri tipi di artisti visuali in spazi pubblicitari inutilizzati, fino a performance musicali. Il messaggio è che qualcuno, finalmente, ha preso in carico queste aree, se ne occupa e, quindi, si interessa anche di una porzione di vita che le persone passano proprio spostandosi. Tra i lavori vi son anche quelli di artisti come Sol LeWitt, Roy Lichtenstein, Elizabeth Murray: da apprezzare senza pagare il biglietto d’entrata al museo, ma che, contemporaneamente, sono adatti a questi contesti, riuscendo a “parlare” ai pendolari-lettori.

Un’esempio perfetto per questo programma è “Whirls and twirls (MTA)” (nella foto) di Sol LeWitt, collocato al Columbus Circle sulla 59esima strada. L’artista ha catturato la peculiarità dell’ambiente-metropolitana riuscendo a riprodurlo: il movimento, il flusso di persone che attraversano la stazione. Quando, passando, si dà un solo sguardo all’opera, di sfuggita, non si può non cogliere questa energia, il moto intorno a sé. Ed è qualcosa di intuitivo, non c’è nulla da spiegare.

Se, da una parte, questi lavori vogliono diventare parte della quotidianità, così come lo è percorrere tutti i giorni lo stesso tratto di strada, dall’altra, in chi prende una “rotta” differente si vuole suscitare stupore per la visione di qualcosa di nuovo e inatteso. In più, il compito di creare la colonna sonora della giornata è affidato a performance musicali, 7000 all’anno in 25 luoghi diversi. Per suonare non c’è bisogno di alcun permesso o licenza, è sufficiente rispettare il codice di condotta stabilito.

Insomma, arte pubblica per cambiare una piccola parte di vita delle persone. Arte pubblica che, non si sa come e perché, fa sentir meglio chi vi passa attraverso, con l’ambizione di trasformare questi spazi in veri e propri luoghi dove voler essere. Che non sia anche una piccola soluzione per il marketing urbano e per l’arte? Le opere escono in strada, ma, forse, più persone potrebbero rientrare nei musei. Chi può dirlo, ma tentar non nuoce!

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