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Oggi il relatore della mia tesi di laurea mi ha chiamato per farmi gli auguri. Si tratta di una situazione piacevolissima e strana, di certo non comune. Una situazione che però fa il capo con gli scambi post laurea su Facebook e di persona tra un altro relatore e uno studente che ho modo di osservare e che, sommati all’episodio precedente, mi fanno pensare. Questi fenomeni di umanità in qualche modo dimostrano “un legame forte” tra docenti e studenti, un legame che si riscontra raramente, e mi domando il perché.

I docenti non hanno tempo, e gli studenti non hanno voglia. Il ricevimento è un momento mai utilizzato per un confronto su temi “di ricerca” ma sempre per una firma o la richiesta di tesi, che diviene sperimentale solo di rado, rendendo quindi il lavoro dello studente qualcosa di molto vicino a un copycat che il docente leggerà con disinteresse probabilmente al bar 10 minuti prima della discussione (quando questa avviene visto che per la mia laurea triennale Ca Foscari ha pensato di mandarmi una lettera a casa con scritto “sei laureato”). Il tema “ci vediamo a lezione, poi all’esame, non ci -tocchiamo- mai” rende i docenti dei sacerdoti e gli studenti dei fedeli, quando invece sarebbe più sensato vedere l’aula come un gruppo di lavoro laboratoriale guidato da un coach, un mentor. In questo scenario vincono il 50% degli studenti non frequentanti che guadagnano più di quello che perdono (soprattutto se usano il tempo risparmiato in trasferte e docenze recitate per imparare o vedere il mondo) e l’1% degli studenti che osano andare più in la, presentarsi a ricevimento o interrompere il docente.

Ho una proposta, un consiglio: diminuire le ore di lezione, ed aumentare le ore di micro coaching, laboratorializzare l’università e renderla un grande co-working. Se vogliamo è anche ingiusto che siano necessari dei contamination lab promossi da realtà private, che fanno benissimo ad arrogarsi oggi un compito cui l’università ha poco e male assolto negli ultimi tempi. Ho sempre avuto la sensazione che per diventare “davvero bravi” serva un percorso da mosca bianca che l’università può offrire, ma quasi non vuole. Un percorso fatto di esami a scelta, docenti “da scovare” e momenti extra formativi più interessanti delle lezioni stesse. Una sorta di long tail della formazione cui tutti dovrebbero avere accesso. Ma forse è anche nella capacità di costruirsi un percorso di eccellenza in questa “caccia al tesoro” che si vede lo studente bravo. Io credo però che la componente di alea si ancora troppo forte, e che si possa fare meglio. Un tripadvisor dei percorsi universitari potrebbe aiutarci?

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