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Toccare il tema startup è sempre difficile, si tratta di una moda pericolosa di cui tutti si riempiono la bocca ma pochi hanno realmente coscienza. Un po’ come i social media. C’è però un tema che mi appassiona: il territorio. Nel marasma di venture capital, acceleratori, business angel e altre realtà interessanti, non compaiono (o lo fanno in misura infinitesimale) le città come driver dell’innovazione. Mi chiedo il perché.

Dopo una visita a Rovigo, Luca De Biase ha scritto un piccolo inno ai territori che mi ha fatto riflettere, ha scritto anche un secondo articolo molto più orientato alla soluzione del problema che pongo, ma parzialmente distante. Partendo dal territorio, vorrei parlare di città. Se oggi ho un’idea imprenditoriale, e questa idea supera i criteri ecologici e dignitari che la rendono appetibile al mercato del finanziamento (un team, un prodotto, un mercato), ho due strade di fronte a me: il credito (ed in questo caso è sensato confidare in qualche “firma pesante”) o il capitale di rischio, il più delle volte privato. La banche raramente si espongono in maniera chirurgica e puntiforme verso le singole startup, anche se è del tutto falso dire che sono estranee al tema. Al tempo stesso il capitale privato sta alzando l’asticella e richiede molta competenza e soprattutto eccellenza, ma ciò che mi spaventa è la verticalità di questo modello. Stiamo finanziando realtà verticali: digitali, artigianali, medicali. Ma non realtà territoriali. L’investimento è spesso fisiologicamente figlio di un partner o di un obiettivo industriale per i successivi round, quindi non sono solo le metriche pure a rendere giustizia all’idea di una persona (per capirci, se il tuo progetto è bellissimo ma nell’orbita del cluster o hub cui ti rivolgi non c’è alcun partner industriale desideroso di investire su questo settore, le tue probabilità di vedere finanziata la tua idea saranno minori). I territori invece hanno già delle specificità e delle competenze (anche nel fare) verticali, che vengono dalla storia e dagli insediamenti presenti, dalla tradizione commerciale ed industriale. Dovrebbero e potrebbero quindi essere le città a fare da ponte, hub, aggregatore per startup che premino la continuità familiare, il territorio e le radici dello stesso, ovviamente in chiave totalmente ripensata per far fronte al mercato.

Questo però non avviene, perché? Credo sinceramente che i distaccamenti territoriali delle realtà associative siano ancora troppo macchinosi per fornire una risposta aggressiva al giovane dinamico che ha voglia di spaccare il mondo (e infatti se ne va), le pubbliche amministrazioni nemmeno in grado di comprendere e intercettare il fenomeno e le fondazioni troppo impegnate a filosofeggiare e mostrare piuttosto che sporcarsi realmente le mani con progetti a rischio.

Manca un attore, un ponte, un collante. Che parta dal territorio e non dal prodotto. Mi sembra evidente, ma forse è solo un approccio pessimistico a un sistema che non può fisiologicamente ripartire dalle proprie radici, io credo però che ci sia uno spazio molto ampio e tutto da esplorare, oggi il giornale di Rovigo cui dedico la copertina dice che un negozio su tre è sfitto, forse sarebbe ora di pensare un progetto comune, e vincente per tutte le parti in causa, il giovane che non partirebbe più, e i referenti territoriali che animerebbero città che rischiano di diventare a breve spazi fantasma se esclusi dal giro degli hub di eccellenza.

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