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Talvolta dimentichiamo di voltare lo sguardo al passato per riflettere sui cambiamenti, traendo qualche spunto per cogliere tendenze future. E chissà trovarci a essere, una volta tanto, apripista di quel che verrà.
Vorrei così che mi seguiste in questo balzello all’indietro che ci farà fare un passetto in avanti.

Fino a quattro, cinque, sei anni fa, riflettendo sul web iniziavamo a fare un distinguo tra portali orizzontali e verticali. I primi – come libero, yahoo e hotmail – sono aggregatori di servizi vari che, come già suggerisce il nome, aprono la porta ad ambienti differenti: a seconda delle proprie necessità, l’utente può trovare dal servizio di posta elettronica, alle news, al meteo, al motore di ricerca e via dicendo. In risposta sono nati i portali verticali, siti tematici che permettono, al contrario, di immergersi in un mondo settoriale.

Nulla di nuovo sotto il sole se non fosse che, a ben pensarci, a volte il passato si rinnova nel presente, il nostro presente dei social network.
Finora, abbiamo conosciuto anni di “Facebookcentrismo”: pagine di contenuti aggregati in funzione della selezione fatta dal gestore di un profilo; una nuova forma di curation, se possiamo azzardarci a definirla così. Una piattaforma che a seguito delle scelte soggettive permette alla rete di amici di conoscere ambienti nuovi, applicazioni e notizie appiccicate a un diario virtuale.

Sappiamo del successo di Facebook e conosciamo anche le difficoltà combattute con l’introduzione periodica di piccoli o grandi cambiamenti.
Tuttavia, quando c’è rivoluzione, inevitabilmente arriva il periodo di assestamento, di stabilizzazione ed è forse in questi momenti, quando l’euforia da novità inizia a scemare, che si colgono i limiti del sistema, soprattutto per coloro che in Facebook ci avevano visto possibilità di crescita economica per la propria attività, piccola o grande che fosse.

Non sono un segreto le limitazioni imposte da Facebook nella diffusione dei dati personali, neppure la difficoltà di utenti/aziende nel convertire migliaia di fan in effettivi ordine e vendite.
Cosa succede allora? La storia si ripete!

Ancora soprattutto americana (d’altra parte è là che Facebook è sbarcato), la nuova tendenza consiste nella nascita di social network verticali, quelli per “appassionati, fan, interessati ad un dato argomento o ad una specifica marca”. Ma come?
Con l’uso di particolari software, a modico prezzo tutte le aziende possono costruire il proprio spazio social, focalizzandosi su interessi specifici.

Recentemente, il più in voga tra questi software è SocialEngine, col quale le aziende oltre a costruire un ambiente specificatamente mirato ai loro obiettivi, possono anche “monitorare i messaggi inviati sulla propria rete sociale e avranno la possibilità di trasformare i partecipanti in clienti potenziali”.
Apple ed Electronics Art usano SocialEngine per “costruire le proprie comunità tematiche per educatori e operatori”, la NASA per creare una piattaforma per la propria scuola, MasterCard come piattaforma per la comunicazione interna e Shell per lanciare un social network per gli imprenditori che ora conta più di 200.000 fan.

SocialEngine non pretende solo di creare un luogo di dibattito tra persone che condividono i medesimi interessi, ma come dice il suo CEO e fondatore Alex Benzer “se si può creare un luogo di dibattito su quello che si vende, sarà il proprietario a gestire quel dibattito”.
Con una quota che va dai 300 ai 600 dollari qualsiasi azienda può dar vita al proprio social con la possibilità di crearsi anche un database personale costituito dagli indirizzi e-mail di chi si registra (cosa oggi pressoché impossibile con Facebook o Twitter).
D’altra parte, come lo stesso Benzer sottolinea: “Facebook vuole fare proprio il rapporto tra voi e il vostro cliente. SocialEngine restituisce a voi e il vostro marchio la vostra comunità”.

Grazie a skande.com

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