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Ci siamo. Se la campagna elettorale statunitense si sta concludendo, quella italiana è alle prime battute. Battute che compongono svariate armonie comunicative, come diversi sono i “pretendi” per Palazzo Chigi. Ma se l’uno cerca di distinguersi dall’altro a suon di arringhe, viaggi in camper e interviste una cosa accomuna tutti: l’uso della rete.

Chiediamoci allora: i soldi investiti negli annunci politici via web fanno davvero la felicità del candidato? Sono in grado cioè di fare la differenza in termini di popolarità e consenso o è necessario anche altro?
Voltiamo lo sguardo, ancora per un attimo, a quell’America che in fatto di campagna elettorale 2.0 ne sa un po’ più di noi e valutiamo i risultati.

Le campagne elettorali americane 2012 hanno visto un investimento di 159 milioni di dollari nell’online, con buona parte di denaro orientata alla pubblicità in Facebook. Se prime analisi sentenziavano come l’uso di Facebook per la diffusione di annunci non garantisse nessuna miglioria nel far conoscere un candidato, nel favorirlo e neppure nel supporto da parte degli elettori, poi si è arrivato a concludere il contrario.

L’ampia condivisione via Facebook, infatti, ha un grosso impatto a patto che gli ads dei politici vengano incorniciati all’interno di un’arena conversazionale. Queste ultime campagne elettorali riconfermano che, anche nel mondo social, non basta esserci, ma è necessario costruire la storia seppur intorno a un semplice banner pubblicitario.

D’altra parte, uno studio della Berkeley University sull’attuale grado di influenza dei mezzi di comunicazione in una campagna elettorale per elezioni politiche locali ci dice che, ad oggi, “l’email marketing ha un potere di persuasione pari a 3 punti percentuali, la televisione da 3 a 5, la radio intorno ai 6, mentre il contatto diretto con il presunto candidato che viene a bussare all’uscio di casa riesce a incrementarlo di ben 40 punti”. Il contatto personale e la conversazione sono ancora re e regina!

Questo non significa che l’aggancio via Facebook sia inefficace, ma che funzionano ancora le logiche di qualche anno fa, le logiche dell’offline adattate all’online: conversazioni, storie che riuniscono persone che si trasformano in simpatizzanti e influencer a casa loro, nella più o meno ampia nicchia di amici virtuali di cui raccolgono la fiducia.

Così come dimostra uno studio pubblicato su Nature, condotto dallo scienziato politico James Fowler, è quest’attività di sharing che garantisce l’80% dell’impatto che hanno gli ads politici in Facebook.
La medaglia d’oro va ancora alle relazioni e Facebook si riconferma un pezzo fondamentale di un puzzle che pone fine alla manipolazione della sterile e vuota pubblicità politica a pagamento.

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