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Da pochi giorni è online la versione italiana del celebre Huffington Post, testata giornalistica online diretta nel nostro paese da Lucia Annunziata. Ora questa breve analisi non vuole discutere le scelte editoriali e neanche la legittimità digitale o la portata innovativa dell’Annunziata, ma evidenziare come in rete siano emersi spunti di riflessione sul compenso dei blogger e sul loro modello di engagement da parte di testate giornalistiche e blog online. Concordo con quanto scrive Luca Sofri, molto probabilmente è la specializzazione nella propagazione dei contenuti il vero asset competitivo dell’HuffPost (quindi Seo a manetta e social media, tanti contenuti e blogger noti e meno noti che scrivono a ruota libera). Oggi però la maggioranza delle testate online (e non solo) cura la parte Seo e Social, con titoli ricchi di parole chiave da un lato e coinvolgenti dall’altro, cercando di affiliare e monetizzare creando contest, e-book e contenuti premium.

Tornando alla questione dei blogger non pagati, scrive l’Annunziata: “I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati”.

Bene, anzi male, perché i blogger dovevano essere il plus della piattaforma e certamente, lo sapevamo tutti che i blogger non sono giornalisti, ma questo non nega la qualità di un blogger e dei suoi contenuti spesso paritaria e anzi superiore a quella di giornalisti o presunti tali. Forse il problema sta nella frammentazione del blogger: libero per definizione, spesso e volentieri gratis per tradizione. Ma non è sempre così, esistono blogger pagati. Sono quelli che hanno una certa notorietà ed esprimono un’opinione che genera discussioni. Opinioni e commenti personalizzati che la maggior parte della volte sono focalizzati su un prodotto, non solo su un trend. Nella maggioranza dei casi infatti sono blogger di settore, verticali o specializzati su un tema, che vengono pagati con moneta sonante o con altre forme di baratto immateriale, fungendo da cassa di risonanza e a volte diventando testimonial (consapevoli) di quel prodotto o quell’azienda.

Rudy Bandiera sul suo blog pone l’accento sulla realtà di un modello online oggi più che mai stabile: scrivere in cambio di visibilità, di notorietà e quindi di personal branding. “Io avrei detto di si se me l’avessero chiesto” scrive il buon Rudy, e probabilmente io avrei fatto lo stesso. Questo perché scrivere per un “sito celebre” aumenta la notorietà di quel blogger/autore che firma quel pezzo o post che dir si voglia (a patto che sia di qualità, cioè offra spunti di riflessione, o di quantità, cioè sia visto e condiviso). Le questioni su cui mi piacerebbe aprire una discussione sono due.

  • Qual è la linea che separa il giornalista online dal blogger? Il pagamento? L’essere iscritto all’ordine? Se di questo si tratta allora forse dovremmo creare differenziazioni tra contenuti ed autori e non solo tra contenitori. Rimanendo contrario ad un “ordine dei blogger”, sottolineo come sia sempre più necessario apportare modifiche all’Ordine dei Giornalisti e creare nuovi filtri di valore per i blogger online. AuthorRank potrebbe essere una soluzione, tutta online, per dare visibilità e importanza al valore di un autore in base alla qualità del contenuto e alla quantità delle citazioni, ma rimane nel sottosuolo un ipotetico percorso “a tappe” per giustificare un pagamento come “blogger professionista”. Per fare ciò a livello burocratico bisogna legare i blogger ad una struttura/ordinamento? E’ possibile?
  • Cosa offrire ad un blogger in cambio del suo lavoro? Dopo l’iniziale entusiasmo il blogger (anche il presunto professionista) deve avere degli incentivi oppure esser motivato, altrimenti la sua volontà piano piano si affievolisce. Può durare anni o qualche mese, se poco seguito, il blogger che scrive per un sito web non suo, tende ad abbandonare la nave. Visibilità, un corso gratuito, la possibilità di accedere a guide e contenuti aggiuntivi e indubbiamente la possibilità di fare esperienza e curriculum, sono tutte monete di scambio più o meno efficaci. Però, arrivati ad un certo livello qualitativo e professionale, dopo aver scritto un numero cospicuo di articoli, l’incentivo economico può diventare una soluzione ipotizzabile. Certo è, che può essere regolato solo atomicamente, cioè da realtà a realtà.

Il blogger ahimè non è un lavoro, ma con l’evoluzione della rete il caos informativo verrà selezionato da filtri valoriali sempre più stringenti. L’attività del blogger necessita quindi di nuove metriche di misurazione per trovare legittimazione e attribuire valore ad autore e contenuto.  Da un lato non esistono più i blogger di una volta, la passione deve essere sostenuta ed alimentata. Siamo in definitiva tutti prosumer di contenuti online, bravi e meno bravi, social e meno social. D’altro canto, forse i blogger dovrebbero pensare di scrivere su un pezzo di carta per diventare bravi e costanti più degli stessi giornalisti, per ottenere e pretendere qualcosa di più.

Serve anche a te? Pensi che la tua azienda ne abbia bisogno?
 

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