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Recentemente ho avuto il piacere di scoprire un manuale intitolato “I nuovi guerrieri”, scritto da Paolo Ruggeri, in cui si tratta la delicata tematica della leadership e della gestione delle risorse umane. Essere manager non significa automaticamente essere anche un leader. Per quale ragione? Proviamo a definire le due figure in questione. Il manager è una persona che in azienda ha la responsabilità, è colui il quale definisce gli obiettivi e funge da guida per il loro perseguimento, mentre il leader è la persona di riferimento di un gruppo o al comando di un movimento, è insomma il capo naturalmente riconosciuto.

Il sogno di ogni manager al giorno d’oggi è indubbiamente quello di essere anche un leader, ovvero quello di non apparire come una figura autoritaria ma rappresentare qualcuno che possegga autorevolezza. Mission impossible? Beh, dipende.
Ruggeri, nel suo libro, suggerisce una serie di passi da seguire per diventare un buon “influencer”, consigli che sintetizzo e riporto attraverso 10 pillole di saggezza qui di seguito:

  1. Per poter apprendere qualcosa o assorbire conoscenza, in primo luogo devo sentirmi l’unico incaricato o responsabile per quella cosa. La responsabilità non è altro che l’abilità di considerarsi la causa delle situazioni.
  2. Quello che ti aspetti dalle persone determina più di qualunque altra cosa l’atteggiamento che avrai verso di loro e, le persone, agendo come specchi, rifletteranno verso di te lo stesso atteggiamento che hai con loro, positivo o negativo che sia.
  3. Se interagisci coi tuoi collaboratori considerandoti effetto, ritenendo quindi che sia colpa loro se non eseguono, se non imparano, se sbagliano o se non sono motivati, tu semplicemente ingigantisci il problema perchè per quanto anche loro possano avere delle colpe il tuo stesso atteggiamento li porterà a chiudersi e a peggiorare.
  4. Se vuoi che la tua azienda o il gruppo di persone che gestisci sia più produttivo, più creativo e più innovativo, comincia a rallegrare l’ambiente. Non c’è nulla che deprima di più la produttività individuale della seriosità, della severità, del biasimo, della critica. Un’ampia tolleranza all’insuccesso è una caratteristica fondamentale dell’ambiente positivo e innovatore. A questo proposito, Brian Tracy noto motivational speaker americano, sostiene che “negli affari e nella leadership le crisi sono inevitabili. Se ti impegni nella vita e nel lavoro, ti capiterà regolarmente di entrare ed uscire da crisi. La tua abilità di reagire in modo efficace a un fallimento è il vero indicatore della tua leadership, il tuo vero test.”
  5. Non esiste la realtà ma ci sono solo le percezioni” (Philip Mc Graw). Che lo si voglia ammettere o meno vediamo tutto attraverso dei filtri che ci creiamo attraverso le esperienze vissute, influenzati dalla nostra cultura. Anche le emozioni che sperimentiamo creano dei filtri potenti che ci fanno percepire la realtà in modo distorto. Per quanto nel business le crisi o i piccoli fallimenti siano all’ordine del giorno, dobbiamo sapere che quando reagiamo ad un problema con un’emozione negativa è come se attivassimo un filtro che ci porterà a valutazioni distorte della realtà e dell’operato dei nostri collaboratori e che conseguirà a deprimere il potenziale del gruppo di persone che gestiamo. L’innovazione, i collaboratori migliori, il successo ed il mondo appartengono infatti alle persone allegre. “L’allegria è come il lievito. Se viene a mancare, per quanto si lavori duramente, tutte le torte che farai verranno male.”
  6. E’ molto più importante far notare ai propri collaboratori le cose fatte bene piuttosto di quelle fatte male. Limitandosi a evidenziare le cose positive il loro desiderio di apprendere e quindi la loro produttività aumenta. Ogni persona ha un cartello intorno al collo che dice “Fammi sentire importante!” Se riesci a farlo avrai successo non solo negli affari ma anche nella vita”(Mary Kay Ash)
  7. Ogni volta che si permette al collaboratore di dimostrare le proprie capacità, la sua competenza, questi sarà più motivato. Il vero leader è colui il quale fa vincere gli altri, è quello che si mette a metà campo e dice: “Ora ci mettiamo qui e tu colpirai la traversa. Non importa se dovremo star qui tutta la notte. Tu sei in grado di farcela e la colpirai”
  8. Il leader è entusiasta e impara costantemente, ha un grande progetto che crede reale e fattibile. Egli, infatti, si riprende presto dagli effetti delle cattive notizie. Thomas Edison, ad esempio, prima di creare la lampadina fece molti tentativi fallimentari e di fronte all’ennesimo fallimento della sua innovazione dichiarava “Non ho fallito. Ho scoperto mille modi in cui non si riesce a costruire una lampadina”
  9. I veri leader sono persone interessate ai propri collaboratori, desiderose di conoscerli, di capire i loro punti di vista, le loro ambizioni e le loro difficoltà. Essendo interessati, ottengono collaboratori interessati.
  10. Un leader facilita la comunicazione aperta, ha bisogno che i suoi collaboratori si sentano a loro agio, viceversa un modo di fare ostile, eccessivamente critico e incentrato sulle colpe fa sì che i collaboratori non comunichino mai le vere idee che stanno dietro ai loro errori o alle loro prestazioni non ottimali.

Tutti questi piccoli accorgimenti fanno comprendere quanto sia di fondamentale importanza che ogni manager si metta in gioco non solo a livello professionale ma anche personale. Se migliora il nostro atteggiamento la nostra vita cambia. “#Truestory” si direbbe su Twitter. Una mentalità flessibile ed elastica, infatti, permette di superare le difficoltà e gli imprevisti e un modo di ragionare basato sui fatti, sull’impegno e non sulle colpe può davvero essere la carta vincente del successo.

Una ricetta sicuramente eccezionale a patto che tutto questo venga accompagnato da ingredienti basilari quali passione, buonumore ed entusiasmo, i beni più preziosi che un’azienda possa vantare, grande o piccola che sia.
Niente di fantastico è stato realizzato se non da quelle persone che hanno avuto il coraggio di credere che qualcosa dentro di loro era più forte delle circostanze che si trovavano ad affrontare.” (B. Barton)

E voi che ne pensate? Siete d’accordo con l’autore del libro? Vi sentite più manager o leader?

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