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Oltre a “debito pubblico”, “spread”, “Imu”, c’è un’altra parola che i media ci stanno facendo conoscere: flessibilità. A questa io vorrei aggiungere: crescita.

Ma questa flessibilità chi la cerca? Chi la vuole? È necessaria? Che tipo di flessibilità? Vorrei far riflettere sui dati quantitativi che continuano a lanciarci addosso, senza contestualizzarli, senza descriverli. Ci stanno facendo vedere un mondo in cui la flessibilità non viene spiegata, dati “della crisi” che non fanno che confermala, cercando di prevederne la fine, continuano a descriverci una realtà frammentata, a porci problemi che conosciamo, senza porre soluzioni. Ovvero, i dati mostrano che le assunzioni sono ferme, che i posti di lavoro stanno diminuendo, che il mercato del lavoro si è irrigidito, che non c’è una mobilità occupazionale fra i settori, che chi esce dal mercato difficilmente ne rientra, e più passa il tempo più sembra impossibile ritornare al lavoro. Allora, a chi e chi richiede flessibilità?

Durante la mia attività di sportello al lavoro, le persone disoccupate mi dicono d’essere flessibili nella ricerca del lavoro, che “va benissimo qualsiasi cosa”, ma poi, in termini d’orario e di busta paga, non sono molto disposte a trattare, a volte, nemmeno in termini di distanza da casa.
L’azienda, invece, cerca il lavoratore non più un dipendente: un insieme di competenze e conoscenze da usare solo in alcuni periodi e momenti delle produzione o dell’anno, con orari che possono variare.
Come si possono incontrare due esigenze così lontane?

Non possono, a meno che non si basino su una visione comune del lavoro: attualmente sembra che la maggior parte delle aziende vogliano flessibilità oraria, di retribuzione e di competenze, mentre i lavoratori chiedono a gran voce il “diritto al lavoro” quasi a prescindere da quanto sanno offrire e se sanno vogliono che ciò sia riconosciuto economicamente. Si sta parlando tra sordi, soprattutto tra sordi che non si vogliono sentire. Le aziende si dovrebbero avvicinare ad una politica di premio e rinforzo nel caso possegga del personale con buone competenze, mentre i lavoratori dovrebbero rendersi più competitivi, entrambi sarebbe il caso che dessero più importanza ad una formazione continua, che non significa obbligo formativo.

Mi dispiace notare come si continui a parlare di politiche attive che intervengono sull’urgenza, di leggi nuove, di controlli, anche quando si parla di pari opportunità si riapre il tema della conciliazione e quindi come risolvere il problema alla donna di lavorare e occuparsi della famiglia contemporaneamente.
Mi sorprendo di come venga ignorata nel nostro paese la tematica della prevenzione.
Un intervento preventivo potrebbe essere proprio quello di cultura del lavoro: in un mondo che cambia, che il globale invade paesi sempre più piccoli e culture sempre più chiuse, si dovrebbe aiutare le persone a integrare le idee. La visione del lavoro deve cambiare affinché si ottengano risultati più proficui per entrambe le parti (anzi aggiungerei una terza: la Nazione, oltre che datore di lavoro e lavoratore).

Il lavoro non è solo guadagno, è soprattutto crescita, crescita della propria azienda, fare capitale, creare occupazione, creare attività e servizi per il proprio paese, crescita personale, per le proprie conoscenze, capacità, personalità, autostima.
L’incontro, di cui tanto si parla, tra scuola e aziende non credo dovrebbe ridursi solo allo stage, ma ad uno scambio culturale e di visioni, in cui si possa comprendere che il lavoro non è solo soldi, ma anche fatica per rendersi sempre “nuovi” nel mercato, possibilità di imparare, possibilità di creare, i soldi arrivano solo perché io-lavoratore ho reso qualcosa, i soldi ci sono perché io-imprenditore ho investito e creduto in qualcosa.

Forse dovremmo pensare a come spieghiamo ai nostri figli cosa significa lavorare … pensandoci capiamo la nostra cultura e le nostre possibilità di crescita.

E se state pensando ai soldi, con la crescita di cui ho parlato, arrivano anche quelli.

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