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Qualche tempo fa scrivevo delle competenze necessarie nell’agenzia del futuro, o meglio dei driver su cui puntare per lavorare al meglio in un contesto sempre meno definito. Da qualche giorno però rifletto su due temi che potrebbero impattare sull’agenzia di domani, che già alcune strutture sperimentali stanno provando, non senza difficoltà. I punti di attenzione sono:

  • Rapporto agenzia – cliente: il titolo di questo post doveva essere “sognavo un’agenzia senza clienti”, infatti il rapporto che si va ad instaurare in un contesto in evoluzione come quello attuale non può che essere di partnership spinta. Alla classica domanda che emerge ad ogni corso o confronto sul tema “è possibile esternalizzare il social media marketing?”, i consulenti hanno imparato a rispondere con una litania di cui chi scrive è la prima delle vittime che suona più o meno cosi “è molto difficile esternalizzare il social media marketing, a meno che non vi sia una fortissima sinergia tra azienda e cliente, in alternativa è però possibile formare una risorsa interna (quasi mai disponibile) per la gestione dei social media, cosa ovviamente migliore rispetto al dare fuori il racconto del tuo core aziendale”. Come diceva Henry Ford però “Se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano, avrebbero detto un cavallo più veloce“, cosi in molti le agenzie si rifiutano di pensare al cliente come un partner, al team come ad una forza speciale staffata sul partner con cui condivide in maniera liquida la vita aziendale. La mia proposta è quella di un’agenzia che copre la vita aziendale come una patina di innovazione, di team flessibili che parlano col partner anche con più punti di contatto rispetto alla struttura piramidale del client manager, cavolo se una cosa la deve risolvere il grafico, facciamo parlare anche il grafico! Paradossalmente un nuovo rapporto potrebbe risolvere alcuni punti di complessità oggi piuttosto intricati.
  • Rapporto agenzia – dipendente: ieri un mio tweet che suonava più o meno cosi “Se tu mi paghi come dici tu, io lavoro come dico io. Se tu mi paghi come dico io, io lavoro come dici tu.” ha scatenato la rete. In particolare sul rapporto tra agenzia e dipendente. Anche in questo caso per chi lavora nel nostro settore è assolutamente impensabile l’idea di prescindere dai progetti. In una tipica giornata di lavoro potrei aver bisogno di parlare con un community manager, un project manager, un interaction designer, un e-commerce specialist, un e-commerce strategist, un art director, un magento developer, un wordpress expert, un analista di dati, un social strategist etc.. Come sarebbe possibile? L’agenzia di domani è flessibile e puntiforme, lavora “a chiamata” e chi meglio lavora più viene chiamato. Chi sa di lavorare bene ha in questo momento problemi di overload e non è spaventato dal rischio o dalla partita iva, mi viene quasi da dire che la stabilità passa dalla massima flessibilità. E’ verissimo che le aziende devono dare trasparenza ai propri numeri, ai fatturati, alle metriche, ma i dipendenti devono rischiare e partecipare, come nel primo caso il modello piramidale e gerarchico scricchiola.

I vantaggi di una struttura di questo tipo si riassumono con una parola: agilità. Anche gli svantaggi non hanno bisogno di troppe frasi: complessità. Non è facile far passare questa idea, non è facile metterla in pratica, ma in qualche modo credendoci sarà possibile fare bene e innovare anche nei paradigmi di consulenza, qualcuno ha già sollevato il problema.

Stefano Micelli in un suo pezzo su Linkiesta ragiona su una flessibilità simile ad un livello più alto:

nuovi protagonisti dell’economia britannica: piccole imprese con una cinquantina di addetti, agili nella gestione, focalizzate su nicchie di mercato difficili da presidiare per una multinazionale tradizionale e capaci di interconnettersi con le catene del valore a livello internazionale

Tutto troppo visionario?

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