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In questi giorni ho avuto il piacere di assistere in prima persona alla prima delle due giornate del Digital Economy Forum a Venezia, un incontro molto rilevante per tutto il settore IT ma non solo. Fra i relatori della giornata, personalità di spicco del calibro del Ministro dello Sviluppo Economico Passera, l’Ambasciatore Usa in Italia David Thorne, Alec Ross del team di Hilary Clinton, e molti startuppers come Evan Sharp co-fondatore di Pinterest.

Thorne, sugli “scudi digitali” da qualche anno, ha ribadito la nascita di una nuova primavera digitale anche in Italia, supportata dall’attuale governo e dai suoi sforzi per rilanciare la crescita con l’economia digitale. L’ambasciatore ha lasciato successivamente il palco al Ministro Corrado Passera, che nel suo breve intervento ha sottolineato le grandi potenzialità delle nuove imprese digitali e l’impegno del governo nel supportarle, specificando come tecnologia e comunicazione siano determinanti per rilanciare una crescita economica “sociale”, che crea posti di lavoro ed incrementa il Pil. Una cultura quella digitale e del Web che deve essere diffusa nelle scuole e nelle amministrazioni, innovando il comparto pubblico grazie alla collaborazione con esperti e con i giovani nativi digitali. Ha evidenziato l’importanza dell’agenda digitale, creando terreno fertile per lo sviluppo di nuovi organismi imprenditoriali grazie ad una semplificazione burocratica e fiscale e alla consulenza di comunità ed esperti del settore, pronti a collaborare per contaminare positivamente imprese tradizionali. Il ministro ha concluso prospettando un possibile finanziamento pubblico al settore e-commerce, rimarcando il sostegno al progetto “start-up Italia” e auspicando, nell’arco di tre anni l’abbattimento del digital divide grazie allo sviluppo della banda larga e ai 400 milioni investiti nel mezzogiorno.

Promesse e buoni propositi che hanno sortito molti applausi in sala sollevando qualche criticità, anche su twitter. Il problema resta la refrattarietà dello stato ad aprirsi all’innovazione a livello strutturale e mentale, soprattutto in un periodo di recessione come questo, per non parlare della scarsa informazione sul tema che serpeggia sui media tradizionali. L’abbattimento del digital divide nell’arco di tre anni mi è sembrata una stima più che ottimistica. Le domande sono due: questo governo potrà durare abbastanza da imprimere quella marcia in più alla diffusione digitale (culturale e tecnologica)? Quanto saranno concrete queste promesse “strutturali”?

Durante tutto il forum ho percepito una decisa propensione verso business di vendita on-line. Il co-fondatore di Pinterest ha ribadito come la creatività e soprattutto “il prodotto” siano i perni di una piattaforma fondata sui contenuti, che strizza l’occhio al commercio elettronico. Proprio l’e-commerce è stato il vero fil rouge dell’evento, in più di un’occasione tra i vari relatori ho sentito dati sull’incremento del commercio elettronico, in particolare nel settore abbigliamento, design e food. Secondo Jennifer Mankins di Bird e Shan-Lyn Ma di Gilt Taste è proprio l’unione tra contenuti e vendita (tra blogging e shop) che alimenterà sempre di più la fruizione dei beni online. Prodotti e servizi che diventeranno esperienze, storie, racconti, sempre più interessanti, curati e personalizzati.

La tecnologia oggi ha quindi bisogno del marketing, afferma Andreaz Tori (Co-founder/CTO, Zemanta) e quindi dei contenuti, dato che oggi la comunicazione si fonda sui contenuti e sulla cura degli stessi. Un overload informativo per soddisfare tutti i gusti, per far vendere e per creare profitto, che potremo però selezionare sempre più accuratamente grazie allo sviluppo del web semantico. Molto interessante l’analisi sull’advertising online di Luca Scagliardini di ADmantX, che ha ribadito l’inefficienza contestuale della pubblicità basata sulle keywords, un sistema grezzo che aliena l’utente e lo stesso brand creando confusione tra contenuti on site e adv.

Oggi nell’economia digitale, il più delle volte, è l’offerta di una nuova applicazione e di un nuovo mezzo per comunicare, organizzare, vendere esperienze e beni tangibili che crea la domanda. Mi permetto di aggiungere che questo però accade se vi sono dei principi di utilità per il nuovo bene/servizio co-creato e se il mercato dello stesso si alimenta attraverso una rete di relazioni. La rete è il fattore determinante, quel valore immateriale che determina, ancor prima del fatturato economico, il valore dell’azienda. Instagram è stato uno degli esempi più emblematici sul tema, ricorrente in molti interventi. Non tutte le start-up sono e saranno Instagram, alcune non avranno quella fortuna e dovranno costruirsi un business per sopravvivere e, molto probabilmente, saranno socialmente molto più utili delle precedenti.

Ne parlavo durante il coffe break con un amico (@albpas) sulla necessità di essere critici all’interno di un contesto che strizza l’occhio ad utopie domenicali e facili promesse. Abbiamo bisogno di dar forma alle nostre fantasie guardando un’impresa per la sua utilità economica e sociale, legando sempre più a fondo queste due accezioni. Usciamo quindi da facili schemi dicotomici tra apocalittici e integrati e creiamo un ponte reale tra mondo del lavoro e innovazione, tra investimenti privati e sostegno pubblico. Vi riassumo il mio pensiero:

  • A livello individuale (per l’impresa): creare una start-up non è semplice, ci vuole passione, contatti e conoscenza (una guida, un supporto). Lanciarsi in un’esperienza di questo tipo è un’occasione per fare impresa ed entrare nel mercato che può essere meno rischiosa, in questo periodo storico, rispetto ad una vita di tirocini e contratti a progetto nell’attesa del posto fisso. Start-up fortunate possono anche essere assorbite (con lauto compenso), oltre che supportate, da qualche big company. Il caso Instagram, più volte citato, ha dimostrato come il valore economico sia connesso al bacino di utenza, alla fruizione, cioè alla rete che una applicazione e un servizio ha generato e potrà generare. Rimane indubbia la difficoltà di partenza, culturale più che materiale, per creare imprese di questo tipo. Non è tutto oro quello che luccica, bisogna valutare tutti gli aspetti: i costi, il business model, il tempo, gli obiettivi che si vogliono raggiungere (mercato, acquisizioni, affiliazioni) e soprattutto è necessario trovare partner e contatti disposti a crederci, a lavorarci, a metterci una fetta dell’impegno, anche di denaro.
  • A livello sociale (per la società): come già approfondito in post precedenti, credo che start-up, istituzioni pubbliche e imprese tradizionali possano imparare molto le une dalle altre. Forse una piattaforma collaborativa (online e offline) tra questi due mondi potrebbe essere una start-up socialmente vincente. Imprese sempre più ibride sorgeranno all’interno di questo contesto, una rete di settori correlati per sostenersi a vicenda. In questa visione, le start-up creeranno innovazione per migliorare la società oltre che per fare business, creando nuovo lavoro e dispensando cultura.

Concordo con quanto afferma Alec Ross: “il futuro di oggi è nelle mani di persone che ancora non lo sanno”. Le aziende leader tra venti, trent’anni, sono ancora nelle menti di uomini e donne che proveranno a fare impresa, offrendo al contempo nuovi posti di lavoro. Lavoro che muterà, cambiando aspetto e mansioni, e dovrà essere seguito da nuove istituzioni meno burocratiche, più giovani e consapevoli.

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