Email this to someoneBuffer this pageTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on Facebook


Nel 1979 Séguéla scrive quello che può essere considerato un testo a metà tra un’autobiografia e alcune riflessioni sulla pubblicità, intitolato provocatoriamente “Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario… Lei mi crede pianista in un bordello”. Il lavoro del pubblicitario era visto con diffidenza in virtù della reputazione negativa in cui versava questo mondo, considerato ingannevole (“Persuasori occulti” aveva lasciato il segno!), rumoroso, invadente, traviante. Non aveva dignità, certo, ma almeno era considerato un mestiere.

Le cose col tempo sono cambiate (siamo poi così sicuri?!), ma una storia simile la sta vivendo chi lavora con i social media. Questo tipo di professione si muove tra due poli opposti e vive di due problematicità:

  • la deriva che conduce, comunemente, a ridurre competenze e azioni dei professionisti del settore al mero “stare tutto il giorno su facebook” (che poi equivale, per pensiero diffuso, a stare tutto il giorno a perder tempo);
  • la tendenza che si avverte ormai troppo frequentemente all’autoproclamazione a esperto social media solo per la semplice ragione che una persona è in grado di creare un profilo su un social: tutti ci sentiamo esperti e guru del settore.

Se Séguéla scrivesse un testo su questi temi lo intitolerebbe, senza dubbio, “non dite a mia mamma che passo le giornate con i social, lei mi crede un parlamentare” (cambiano anche i tempi dei lavori più bistrattati!).

Non sto qui a spigare i benefici che portano i social media, perché prima c’è da difendere il fatto stesso che il social media specialist è una professione, ormai diffusa e fondamentale, che richiede rigore, competenze, creatività, strategia e passione per essere esercitata.

Un lavoro, del resto, per esser considerato tale, necessita di alcune caratteristiche:

  • Partiamo dal fattore tempo. In una recente iconografia, Socialcast descrive le febbrili giornate di un social media manager. Provocatoria quanto volete, ma di certo vicina a quella che è la realtà dei fatti.
  • C’è poi la questione competenze. Chi lavora con questi strumenti si trova a mostrare con il proprio operato soltanto la punta di un iceberg, ovvero ciò che con i social pubblica. Ma per pubblicare il giusto post, per fare l’azione più appropriata con i social, servono competenze pregresse di marketing strategico e operativo, di viral e unconventional marketing, di SEO, di web marketing in generale, di customer satisfaction, di branding, di advertising, di PR (2.0), di direct marketing, di comunicazione digitale… solo per citare alcuni campi di studi che stanno sotto la superficie del nostro iceberg. E più ancora in profondità, un professionista del settore deve essere formato sul mondo della comunicazione in generale, della semiotica, della psicologia e delle scienze cognitive… E pensate basti? Assolutamente no. Occorrono anche doti e competenze innate, come la creatività, la velocità di reazione, la capacità di lavorare sul multitasking e di far fronte all’overload informativo, la proattività, le capacità analitiche e di problem solving, la professionalità (ecco un post dedicato al rapporto tra professionalità e SMM)…
  • Che definisce un lavoro come tale c’è poi la retribuzione. In molti casi da fame, in altri buona, ma non proporzionata allo sforzo compiuto, in altri (pochi) smisurata. Chi fa il social media manager esercita un’attività retribuita, un mestiere, una professione. Dunque un lavoro.
  • C’è la questione delle energie dissipate. Mentalmente e fisicamente le giornate di chi lavora con i nuovi strumenti digitali sono piene e intense. E anche quando per contratto non si è a lavoro, vuoi per passione, vuoi per necessità di restare nel settore, l’aggiornamento è d’obbligo, essendo questo un contesto che cambia alla velocità della luce. E anche quando si è in giro a godersi una bella giornata, senza internet di mezzo, l’occhio critico ci riporta con la mente al lavoro, essendo il mondo pieno di strategie comunicative e pubblicitarie che si muovono tra l’off e l’on line. E il bello è che alcune le troviamo fighe, per cui prendiamo lo smartphone e facciamo una foto da condividere, scriviamo un appunto per un post futuro, ci limitiamo ad osservare entusiasti senza proferire parola (per paura della compagna stufa di questa nostra ossessione 24 ore su 24, ad esempio) e tenendoci tutto in mente per utilizzarlo una volta rientrati in studio.
  • Infine c’è da parlare delle attività svolte. Controlla la posta, scrivi, twitta, condividi, pianifica, analizza, parla col capo, pensa, crea, revisiona, rispondi… a ruota. Senza tregua, in un flusso continuo che mischia programmazione strategica a lungo termine, azioni tattiche improvvise, soddisfazione della routine e risoluzione (coerente) degli imprevisti.

Come risulta evidente, non tutti possano lavorare con i social media e questa professione non è il mero stare su facebook: detto questo non dite, comunque, a mia madre che lavoro con i social!

Commenti