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Oggi ho parlato all’università, non è la prima volta e probabilmente non sarà l’ultima. Un recente dialogo con una bravissima responsabile HR mi ha lasciato però l’amaro in bocca, più del solito. Il problema è sostanzialmente il seguente.

Visione studente
Studio, mi laureo, forse farò un periodo all’estero. Poi (anni 26 se marca bene) penserò se iniziare con stage e tirocini la mia carriera lavorativa o, se sarò intraprendente, proverò ad aprire un’azienda tutta mia.

Visione impresa (digitale)
Ah, questi studenti, sono svogliati, non arrivano oltre il loro naso e spesso è più grande il costo per formarli rispetto al ritorno che uno stage o un periodo di formazione genera

Il mio obiettivo è quello di proporre una visione da osservatore, e l’osservazione del contesto attuale mi porta a tre rapide considerazioni:

  • La laurea non va venduta, va presa: oggi ho visto una persona (per uno stage, per carità), gli ho chiesto cosa ha studiato, non che laurea ha preso. Le classificazioni, i dipartimenti, non interessano a nessuno, le competenze quelle si. Forse è più interessante portare una lista di materie studiate più che un pezzo di carta che, purtroppo, non garantisce più nulla
  • Durante il periodo di studio, fate dell’altro: studiare è importante, ma nessuno di noi “della comunicazione (digitale)” è al lavoro sulla meccanica dei quanti o sulla cura di virus e potenziali pandemie, studiamo il rapporto tra persone e aziende. Più che studiarlo, questo rapporto, sarebbe meglio osservarlo, provare. Se vedo amici che buffamente si contorcono per la strada provando l’applicazione dei mooncake, significa che questo funziona, e significa che il nuovo Social Media Marketing passa dalla commistione di geolocalizzazione, contest e mobile, che questa roba funziona. Poi il mio giudizio sulla società verso cui muoviamo è ben altro. L’unica soluzione per arrivare ai 26 (ai 24, ai 22) anni “pronti” e non “da preparare” è quella di uscire dall’università avendo già fatto 4 o 5 app (se si è informatici, pare che a Trento ci stiano riuscendi), 3 business plan o un piano di marketing digitale. Se l’università non insegna queste cose è tempo di ribellarsi, se non abbiamo voglia di impararle è tempo di farsi delle domande (come dice il mio amico Francesco “1,10,100 Vito Lomele, le risposte sono qui
  • Si migliora solo quando gli altri stanno fermi: oggi lavorare 8, 10, 12 ore purtroppo è normale. Nessuno preferisce leggere di Social Media Marketing il sabato mattina piuttosto che correre su un prato, nessuno ha voglia di scrivere una gara la domenica. Ma lo si fa. Muoversi quando gli altri stanno fermi è l’unico modo per migliorare, e i giovani arrivano in azienda con pochissima esperienza, ma spesso tanta voglia di fare. Se i punti uno e due ci porteranno a “fare qualcosa” (aprire un’azienda, aprire un blog, aprire un google alert sulle tematiche di nostro interesse), il punto tre diventerà il nostro laboratorio, e purtroppo saranno notti, sabati e domeniche. Ma è l’unico modo per fare questo mestiere, che è comunque “sempre meglio che lavorare”. La differenza sta tutta in questo “farsi il culo”, nel lavorare un’ora più degli altri e nel capire che questo un domani porterà a qualcosa di proprio. Oggi purtroppo il dipendente delle poste non esiste più, la vita rincara ma i 1.000 euro sono un lusso, e queste sono leve che nessuno manovra. Però lavorando sodo, senza aspettare la pioggia, si può fare bene. Io ne sono convinto.

In questi giorni ho partecipato a un blogger tour, è fichissimo, ti trattano bene. Facciamo un bel lavoro e quando una persona mi ha detto “tu sei uno dei nostri modelli perché ce l’hai fatta” ho pensato due cose: la prima è che era matto, la seconda è che non è poi cosi difficile. Mi piacerebbe molto vivere gli anni 70, apri qualsiasi cosa e la stessa cresce, o praticare il downshifting. La verità è che (se ci siamo iscritti a queste facoltà, se siamo incuriositi dalle start up, se vogliamo fare i soldi) siamo esseri aziendali, che molti di noi hanno uno spirito “imprenditoriale” dal quale è difficile staccarsi. L’unico obiettivo di questo post è quello di tracciare la via: rifiutate le mode, aprite un’impresa e non chiamatela start-up, scrivete un contenuto prima di aprire la relativa pagina Facebook, lavorate sulle idee e, solo dopo, comunicatele. Detto questo, premessi i limiti congiunturali e la fortuna di lavorare in un settore particolare e in crescita, non dite che il lavoro manca (per quelli bravi).

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