Giornali, tv, banche, colleghi, genitori, amici tutti a ricordarci che c’è la crisi, di cui sembra non si possa prevedere la fine. Si parla di perdita del lavoro, cassa integrazione, mobilità, quindi di perdita di capacità d’acquisto, prima, difficoltà di sopravvivere, poi.
Si parla della ricerca del lavoro, degli ostacoli che incontrano gli over 45, i giovani, gli immigrati, le donne. Si parla di chi invece ha successo, apre nuove filiali e imprese, mentre il vicino chiude. Si parla di necessità di soldi dovuta alla perdita del lavoro, ma, a mio parere, sono andate in crisi anche le parole “Valore” e “Passione”.

Dalle persone al valore o dal valore alle persone?
Se consideriamo l’aspetto economico, si può tranquillamente definire il valore di una persone sommando le sue conoscenze, capacità, competenze, che diventano un capitale da spendere e investire in azienda.

Se consideriamo l’aspetto psico-individuale, possiamo considerare che il valore che una persona attribuisce alle esperienze (tra cui quella lavorativa) è un fattore fondamentale per arrivare a prevedere l’impegno, la costanza, la qualità e abilità nelle sue azioni.

Di conseguenza i due aspetti sono strettamente interconnessi, legati e interdipendenti. Soprattutto considerando che l’aspetto economico vuole attribuire un valore alla prestazione della persona (risorsa umana), la quale, a sua volta, influenza sulla prestazione stessa in base ai suoi valori: idee, opinioni, preferenze, competenze comportamentali, passione…

Già, la passione! Questa parola piena di energia, che ci insegnano a perseguire da bambini e che ci fanno, spesso, dimenticare da adolescenti, sostituendola con il dovere da adulti. Dover essere solari, dover essere cordiali, dover essere gentili, dover essere lavoratori, dover essere genitori, dover essere figli, ecc., di doveri ce ne sono tanti, ma di passione ce n’è una sola: quella che sentiamo nel cuore, quella che ci solleva e spinge avanti, quando un vento gelido ci paralizza soffiandoci addosso.

Sono rimasta colpita dallo studio svolto dall’IRES (istituto di ricerche economiche e sociali Veneto) di ottobre 2011, in cui emerge che il 43,8% degli studenti alle scuole superiori ha detto che considera il lavoro principalmente come mezzo per guadagnare, poi per raggiungere l’autonomia, poi come occasione di realizzazione personale; la carriera, il guadagno, il prestigio sono più appetibili soprattutto per maschi, in particolare in situazioni sociali di svantaggio (difficile pensare alla realizzazione personale se prima non si soddisfa i bisogni primari, quali il mangiare e la sicurezza di una casa).

Temo che la crisi ci stia insegnando che il lavoro serva solo per prendere dei soldi e pagare le bollette. Per definizione il lavoro è una prestazione di una persona attraverso la quale realizzazione ha in cambio una remunerazione, quindi, effettivamente il lavoro è un mezzo per prendere soldi, ma ci dimentichiamo che lo strumento siamo noi! Le nostre competenze, passioni, idee, opinioni fanno la differenza! Noi siamo la risorsa umana, la principale risorsa che fa la differenza in un’impresa.
Per cui, non dovremmo dimenticarci di quanto possiamo dare con le nostre passioni.

La passione per il lavoro è un valore che permette all’azienda di avere una risorsa inestimabile e al lavoratore, che la possiede, un’eterna guida che gli dirà sempre cosa è giusto, che lo farà sempre essere un professionista aggiornato, che i clienti apprezzeranno di più.
Ho notato, in questi anni, tra i giovani un senso di impotenza: “le cose sono così! O mi adatto o perdo il lavoro e in giro non ce n’è. Non posso esprimere le mie idee. Non posso riportare le mie abilità acquisite all’università, anche se faccio la commessa.” Anche in queste occasioni di smarrimento, la passione, aiuta.
Ma questa è un’altra storia…

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