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Quando scrivere su un blog diventa un lusso o un mestiere, il repositorio di pensieri e parole che chiamiamo blog non è probabilmente più degno di questo nome. Senza passione non si blogga, sembra dire Gianluca Diegoli in un ottimo post. Parto da questa indubbia verità per elencare di seguito cinque punti di riflessione su cui ragionare, cinque cose da non chiedere ai social media:

  • approccio mass market: sono sorpreso ma fino a un certo punto del fatto che i costi per uno spot televisivo durante il festival di Sanremo siano in aumento. La confusione tra contenitore e contenuto è ancora elevata e un evento di portata comunque (inter)nazionale non può che essere fulcro di attrazione ed attenzione. Il divano non fa che aiutare nell’abbattimento di quelle barriere percettive che il consumatore “evoluto” innalza a difesa della propria libertà di ricevere informazioni, acquistare, decidere. I social media sembrano sempre più adatti a funzioni di marketing vere (crm, crowdsourcing) che all’implementazione di strategie di comunicazione
  • vendite: proprio come i numeri 10 al pallone, i social media non fanno vendere. Ma possono fornire ottimi assist (e quando fanno gol lo fanno alla grandissima). Non si può pensare di vendere con o su Facebook un prodotto che non funziona, anche in questo caso è altrove che bisogna rivolgersi per ricercare le motivazioni del fallimento
  • traffico al sito: i social media hanno senza dubbio complicato la vita di chi opera nel posizionamento sui motori di ricerca, hanno infatti reso più complesso il contesto senza aggiungere regole, anzi facendo vacillare le poche certezze precedentemente presenti. Realtà come Facebook, Twitter e Linkedin (e oggi Pinterest, Quora etc..) seguono dinamiche complesse che vivono nell’intreccio tra branding e link e soprattutto per le PMI non è facile arrivare a risultati immediati
  • comunicazione a una via: se una delle parole che più spesso si associano a “social media” è “relazione”, un motivo ci sarà. Questi presidi sono dei punti di contatto vivido che le aziende attivano in rete, meglio quindi non avere scheletri nell’armadio prima di “sbarcare in massa” all’assalto del web 2.0
  • Certezze e prevedibilità: chi mi garantisce che gli utenti non inseriranno commenti negativi? Nessuno. Solo comprendendo che il valore di un’interazione è più elevato del sentiment della stessa potremo evolvere in qualità delle aziende. Un’interazione negativa è quasi sempre un feedback gratuito su un nostro prodotto o servizio, una positiva è uno spot non pagato, la cui efficacia è di certo maggiore rispetto ad una comunicazione tradizionale perché questo spot è un messaggio che viene passato tra pari.

E allora cosa possiamo chiedere ai social media? Molto. Qualsiasi consulente avveduto oggi ben si guarda dal promettere risultati “sfavillanti e immediati” ai propri clienti, soprattutto se la social strategy permette di muovere poche leve (ad esempio i social network) senza poter lavorare con presidi di relazione come il blog aziendale o alcuni “mondi possibili” che sempre più spesso le aziende promuovono. Purtroppo le piccole in alcuni casi sono fuori dai giochi. Ai social media quindi possiamo chiedere un ascolto privilegiato del mercato e delle sensazioni di ogni singolo utente che lo compone, e strumenti di azione immediata. Forse come azienda non sarà facile far notare la nostra presenza, ma di sicuro tutti noterebbero la nostra assenza. Pensiamoci.

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