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Proviamo ad analizzare assieme la recente esternazione televisiva di Mario Monti. Una frase che ha sollevato un polverone di tematiche, toccando il nervo scoperto dell’opinione pubblica, soprattutto in rete, oggi più che mai sensibile alla politica che pontifica dall’alto verso il basso. Ma cosa sottendeva l’esternazione dell’oculato professore, era voluta? Un epic fail?

Considerando gli interventi sul Il Fatto Quotidiano, su Giornalettismo e su Il Post provo anch’io a dire la mia focalizzando la mia analisi sulle parole e sulla frase incriminata.

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili. E questo vuol dire che bisogna tutelare un po’ meno chi oggi è ipertutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci”.

Questo spezzone preso parola per parola dal suo intervento è scomponibile in più parti. Formalmente in quattro:

  1.  I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. Il professore abbandona la pacatezza per lanciare una provocazione neanche tanto velata e neanche tanto provocatoria. Una frase infelice ma realistica, probabilmente pensata, che apre un ventaglio di discussioni attorno al mondo del lavoro, sul miraggio del posto fisso, sulla precarietà in costante crescita e sulla cultura del lavoro in Italia, schiava di un sistema vecchio e statico, da prima repubblica. Emerge d’altro canto la consapevolezza di un allontanamento progressivo del lavoro da una condizione “a vita” a una condizione “ad opportunità”.
  2.  Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. Successivamente il professore tenta di sdrammatizzare la prima frase. E’ qui che compie l’errore più grossolano a livello comunicativo poiché l’ironia sottesa è figlia di un retaggio alto (altissimo) borghese, una frase che non può in alcun modo essere percepita positivamente né da chi il lavoro l’ha appena perso e tantomeno da chi non lo trova e fatica a tirare a campare.
  3.  E’ più bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili. Con questa frase Monti prova a correre ai ripari, mettendoci una pezza con una solidissima e concreta ovvietà. Le sfide professionali sono stimolanti (quasi) per tutti purché arrivino, purché ve ne siano, a patto di saperle cogliere.
  4. E questo vuol dire che bisogna tutelare un po’ meno chi oggi è ipertutelato e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce a entrarci. Finalmente il professore centra in modo diretto la questione, che non è tanto il lavoro fisso ma l’accesso al mondo del lavoro, le tutele per chi lo perde e i privilegi di taluni impieghi e classi sociali.

In un mondo utopico tutti dovremmo avere un posto fisso, oppure in un mondo ideale un giovane (dinamico) dovrebbe arrivare gradualmente al tanto agognato posto stabile, al contempo un lavoratore precario dovrebbe essere più tutelato e supportato in entrata ed in uscita e guadagnare pari o probabilmente più del fisso, poiché il rischio che questi si assume è maggiore e, spesso e volentieri, non proporzionato alla sua scarsa esperienza lavorativa o alla sua giovane età. E’ la politica che deve riflettere su questa provocazione, a mio avviso, solo parzialmente rivolta a giovani “nativi-precari” (infelice definizione) che il più delle volte ambiscono al posto fisso (con raccomandazione) perché gli viene insegnato. Un discorso più che altro indirizzato alla società stessa, che oggi è ancora monotona come il posto fisso tanto ambito, come scrive Gianluca Briguglia ne Il Post: “Perché alla mancanza di posto fisso i giovani sono abituati, ma non possono abituarsi alle banche che danno il mutuo solo a chi ha il posto fisso, a stipendi che non tengono conto della brevità dei contratti (più un contratto è breve e più lo stipendio dovrebbe invece essere alto), a stage gratuiti e senza sbocco con cui le imprese si approvvigionano di lavoro a costo zero, a periodi di disoccupazione senza aiuti tra un contratto breve e un altro“.

Operando una netta distinzione tra lavoro statico e lavoro dinamico, due categorie concettuali a cui spesso si identifica per semplificazione il lavoro flessibile, per assonanza precario, e quello fisso, per definizione statico e routinario, è possibile slegare la provocazione di Monti dall’impostazione troppo autoreferenziale della prima parte, per contestualizzare la necessità di tutela e rinnovamento sociale emersi nell’ultima.
Se è vero come credo che il lavoro statico (da concorso “a vita”) stia lentamente scomparendo non necessariamente scomparirà il lavoro dinamico sia questo freelance, autonomo, flessibile o, col tempo, stabile. Un lavoro in progress di siffatta natura oggi dobbiamo imparare ad ambirlo alzando l’asticella delle nostre aspirazioni, rimboccandoci le maniche per cercarlo e meritarlo, o ancor meglio, per crearlo, costringendo la società stessa e la politica ad introdurre tutele e meritocrazia, ad ascoltarci, a stare al passo.

 

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