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Il 2012 potrebbe essere l’anno dell’ingaggio della blogosfera. O del collasso della stessa. Agli occhi di chi ha potuto osservare il mondo dei blog più o meno dalla nascita si palesano almeno tre fenomeni non del tutto allineati:

Il blogger pone un tema, ma spesso la conversazione su quel tema si frammenta nei vari social network. Si passa da un luogo di dibattito ad un insieme di opinioni decentrate

Il mondo delle relazioni pubbliche e del marketing non ci sta, ed inserisce il blog tra i “must have” di una strategia di web marketing 2.0 , spesso dimenticando strumenti come il piano editoriale o la formazione del chief editor

Emergono con chiarezza on line figure esperte in vari settori (anche se sulla verticalità del web si dubita), tanto importanti quanto lo sono le metriche basiche che gli stessi portano con se:

  • numero di fan
  • numero di follower
  • numero di lettori
  • frequenza di aggiornamento del blog

Piaccia o meno siamo di fronte ai viralizzatori. Uno dei grandi errori che spesso chi lavora nel marketing compie, è quello di pensare per se stesso. In realtà è a mia madre, a vostra zia ed al nipote diciottenne smanettone (che dispone di un ipad e di un iphone ma magari non del computer) che bisogna guardare se si vuole capire come influenzare le vere dinamiche che l’azienda ricerca, in ordine di importanza: immagine, conversione e (spesso) vendita.

Gli influenzatori non sono morti, ed un blog rimane “interessante” fino a quando il 75% dei post è originale e il 25% marchetta, o almeno marchetta vestita. Bisogna però stare attenti, vi sono almeno due nuove metriche:

  • credibilità: non è pensabile che una figura vada a commercializzare la propria influenza alla mercé del brand A oggi e del competitor B domani, quando questo avviene non dobbiamo strapparci i capelli o urlare allo scandalo, semplicemente è sensato trattare questa realtà con le regole dell’advertising e non più del social media marketing (gestione strategica dei propri touch point digitali, cacchio)
  • competenza: il più grande errore è quello di pensare ad un’attività di engagement come “one shot”. In questo senso è molto meglio puntare sul crm cercando di reperire utenti scontenti in rete e lavorando sull’effetto sorpresa nel riportarli in azienda. I blogger che ingaggiamo sono dei piccoli consulenti, sono dei proprietari di punti di osservazione privilegiati, dei beta tester coi fiocchi. Non sono “10.000 visite, saluti e baci”. Non posso non ripetermi citando Federica

La partita delle pubbliche relazioni digitali è appena cominciata, i professionisti che si stanno formando in questi momenti porteranno sul mercato competenza, misurazione e qualità. Gli esperti della prima ora dominano il canale e soprattutto hanno acquisito una competenza difficilmente replicabile, quella di “annusare” la capacità di influenza di un blogger (Oltre il numero di Erdos, il pagerank e il klout score), ha forse senso quindi accorciare le liste excel, migliorare i blogger kit e scegliersi “10 veri evangelist” piuttosto che “raccattare 100 link”, ma forse questo è uno sforzo anche culturale.. O no?

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