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Ho recentemente avuto la fortuna di assistere ad una chiacchierata con lucidi e frizzanti esponenti dell’economia digitale italiana presso Digital Accademia. Non avevo mai conosciuto di persona Mafe De Baggis (ho rimediato), Sergio Maistrello (il suo “la parte abitata della rete ha ispirato parte della mia tesi di laurea) e Filippo Pretolani. Incrociato invece più volte Luca De Biase, anche grazie ai seminari tenuti col gruppo di lavoro di firstdraft. Mi piace pensare che gli interessi più radicati nel tempo qualifichino la competenza delle persone, è una forma di meritocrazia, con Luca si parlava proprio nel 2009 del tema del giorno: contenuti e contenitori. In particolare era il tempo di Circulate e proprio Luca citava il nostro articolo “quale futuro per i giornali?

Il tema è stato riportato alla ribalta durante il #filog e la sua deriva è stata ripresa da Luca De Biase in questo post. Voglio dire la mia portando tre argomenti sui quali a mio avviso è necessario un approfondimento:

  • Il destino della carta è segnato?: Uno dei pochi temi che ha trovato la quasi unanimità nell’accordo è il fatto che il contenitore “libro tradizionale” è paragonabile ad un software morto, non garantisce più alcun plus ed anzi “soffoca” il lettore in un contesto chiuso in cui la dimensione di lettura trasversale assente, l’impossibilità di approfondire e mancanza di ipertesti o link rendono l’esperienza di lettura cartacea confinata e vecchia rispetto ad e-book e supporti digitali. Personalmente non concordo. Oltre a nutrire un insano feticismo per i libri credo che per molti, paradossalmente soprattutto per i blogger o per chi è abituato a produrre contenuti digitali, la pubblicazione di un libro rappresenti una sorta di validazione degli sforzi fatti e accreditamento nella comunità degli scrittori, ben diversa dalla comunità degli e-scrittori.
  • Informazione e significato: google, facebook, foursquare, pinterest sono in qualche modo editori, Luca De Biase ha però sottolineato la differenza tra informazione e significato, una differenza radicale che qualifica questi infomediari come carrier dell’informazione ma non come creatori di significato. Probabilmente la social content curation aggiunge significato al significato, rimescola le carte, ma una fonte originale di conoscenza resta come una sorgente da cui sgorga acqua pura, se poi sarà un blogger a gasarla con un mashup di contenuti, aiutato da un contenitore, ben venga. Resta però il tema delle fonti di base, originali.
  • Pagare la penna: Mafe ha invece sottolineato come le persone non siano aliene al pagamento dei contenuti, sono invece refrattarie a remunerare un contenuto che trovano di pari valore altrove (personalmente odio l’abbonamento mobile a corriere e gazzetta visto che esistono l’app di eurosport e google news). Su questo concordo in pieno. Chi è in grado di fornire contenuti di qualità e differenziati può senza dubbio dormire sonni tranquilli, resta da capire se sarà più “competitivo” un giornalista dalla penna pungente o un “curator” in grado di selezionare contenuti esistenti di gran qualità

Non si può negare un problema di contenuti e contenitori, una frase che ho captato all’evento è stata: “il vero business per chi lavorerà nell pubblicità del futuro sarà costruire luoghi in cui avviene una vendita“, in un contesto cosi complesso (anche ieri si parlava di un aumento di vendite in doppia cifra per il vinile) però, credo che una soluzione possa arrivare dall’arricchire l’informazione. la strada è già stata tracciata dal mondo della musica, anche se le difficoltà non mancano. Io credo che il libro sia solo la punta di un iceberg rispetto ad un business collaterale che può andare oltre la vendita di magliette ed edizioni speciali. E se l’autore scriverà libri gratis guadagnando poi da seminari e interventi formativi (ed utilizzando quindi il libro come strumento di personal branding), l’editore potrà essere l’organizzatore di quegli eventi o il procacciatore di questi momenti. A mio avviso bisogna puntare sulle esperienze, lavorando come si fa con i calciatori. Questo risolverebbe anche il problema della condivisione dell’informazione: giri pure gratuitamente il libro in pdf, l’importante è che il “klout score” di ogni produttore di contenuti garantisca la sopravvivenza del sistema. Il pericolo è più forte per i contenitori, ma la forza degli stessi gli sta garantendo (ancora per poco) una grande opportunità: quella di divenire dei retailer dell’informazione, e non solo.

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