Email this to someoneBuffer this pageTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInShare on Facebook

Tra le scelte che condizionano fortemente la nostra vita, quelle che riguardano l’alimentazione sono senza dubbio cruciali per molti motivi che vanno dalla qualità al prezzo; con questo post volgiamo considerare quanto margine il sistema di mercato lascia a noi consumatori nelle scelte di consumo.


In realtà sembra assurdo doversi lamentare della poca possibilità di scelta in un sistema in cui abbiamo la sensazione di poter dominare il processo d’acquisto; tanto più che le principali barriere economiche e geografiche sono state abbattute dalla globalizzazione e dall’iperconnessione del web.
Questo è ancora più evidente se confrontato poi con il contesto economico che ci ha preceduto, nel quale una piccola elite era detentrice del potere economico e socio-politico, e il resto della popolazione era costretta a sfamarsi con quel che c’era a disposizione (figurarsi dunque la possibilità di scelta!).

Eppure il problema resta ed è il seguente: dalla rivoluzione agricola (avvenuta circa 10.000 anni fa e che ha dato l’avvio al cosiddetto Neolitico) fino alla rivoluzione industriale (che ha segnato definitivamente il passaggio da un’economia agraria di sussistenza verso un’economia del consumo) tutto ciò che riguarda le scelte del mondo agroalimentare sono passate dalla cultura contadina a quella industriale.

I beni di consumo, in un mercato concorrenziale, sono allocati secondo le leggi di mercato, una di queste è la tanto abusata legge della domanda/offerta.
Un’evidenza? I pomodori tutto l’anno. Ora, nulla contro i pomodori, anzi, e nulla neppure contro il progresso scientifico che ha reso possibile tutto ciò, ma bisogna considerare tutte le conseguenze fisiologiche di qualunque processo tecnologico innovativo.
Un farmaco ad esempio rappresenta una soluzione tecnologica a una malattia. L’uso di farmaci comporta alcuni rischi e conseguenze ma questi, qualora siano tutti noti, sono sopportati dai benefici che producono.

Quali conseguenze derivano dall’attuale organizzazione economico-industriale dell’agroalimentare? Innanzitutto uno sfruttamento intensivo, con mezzi meccanici e chimici, dei suoli agricoli. In secondo luogo un inquinamento atmosferico dovuto al trasporto delle derrate.
Queste sono le conseguenze che apparentemente ci appaiono immediate e che un po’ tutti conosciamo e tolleriamo.
Quello che sappiamo poco invece riguarda l’inquinamento del prodotto che consumiamo e quindi tutto ciò che ne deriva per la nostra salute, questo perché sappiamo pochissimo del processo di produzione, conosciamo con difficoltà la provenienza, abbiamo una limitatissima possibilità di scelta riguardo ad un approvvigionamento alternativo.

È a questo punto che diventa cruciale un cambio di scenario notevole: la rivoluzione digitale, e cioè (almeno in potenza) un passaggio dall’economia di consumo all’economia di sviluppo. Uno sviluppo condiviso, responsabile, sostenibile.

In questo scenario è possibile immaginare qualcosa che appariva utopico: scegliere cosa mangiare, cioè scegliere in che modo ciò sarà prodotto, da chi, dove, quando.
Una rivoluzione! O, per restare coi piedi per terra, una possibilità di nuovo sviluppo per il mondo agricolo e un nuovo modello di consumo.
Questa è l’idea che sta alla base di una delle più promettenti start-up che coniuga web e food: Cofarming, una piattaforma per il crowdfunding alimentare, cioè una forma di microfinanziamento d’impresa di produzioni agricole e semilavorati.
Un sistema di disintermediazione tra il contadino e il consumatore finale.

Come funziona?
L’idea di Pietro Fabeni e Florentin Hortopan, fondatori di Coofarming, è quella di creare un Social Digital Ambient, all’interno del quale gli utenti possono interfacciarsi secondo due modalità: produttori e investitori.
I produttori sono i contadini, le aziende agricole che vogliono smarcarsi dalle logiche del mercato, che così facendo impostano la loro strategia aziendale sul crowdsourcing; gli investitori invece sono i consumatori che intendono entrare nel processo produttivo da protagonisti, non tanto rafforzando il loro potere d’acquisto (come previsto dai GAS ad esempio) ma partecipando attivamente al processo produttivo finanziando alcune produzioni piuttosto che altre, proponendo nuove produzioni o addirittura investendo in tempo e lavoro.

La “Borsa Tempo” prevede, nel caso in cui il contadino sia favorevole, un investimento da parte dei cofarmers in ore-lavoro, che vengono poi tradotte in quote di produzione; un valore aggiunto alla piattaforma web in quanto getta un ponte naturale tra online e offline, ampliando così le potenzialità di marketing e comunicazione del progetto.

Cosa avviene sulla piattaforma Cofarming?
L’idea è quella di puntare molto sul local e quindi di dare la possibilità agli utenti che vogliono investire di conoscere la rete di contadini Cofarming più vicini. Un investimento dunque si traduce in una quota di produzione. Cofarming garantisce il corretto svolgimento delle transazioni, la massima trasparenza da parte del contadino, e il buon esito di tutte le consegne.
Cofarming ha intenzione di creare un sistema di rating delle produzioni e dei produttori ma di lasciare libera scelta al contadino riguardo la diffusione di questi dati. Sarà, dunque, il contadino a scegliere o meno di fare social bookmarking col proprio rating, così come potrà gestire liberamente i feedback dei cofarmers.

L’idea di Cofarming appare dunque molto semplice ma al tempo stesso rivoluzionaria: ai consumatori ridare, o meglio dare finalmente, voce in capitolo nelle scelte così importanti, quali quelle agroalimentari e ai contadini ridare un potere contrattuale oggi inesorabilmente vessato dalle logiche economiche degli intermediari e della GDO.
Basta considerare che solo il 16% del prezzo di un prodotto alimentare è determinato dai contadini, eppure, come sostiene Ezio Manzini, tutte le scelte alimentari sono scelte che riguardo l’agricoltura.

Tutto questo rende cofarming un brand fortemente carico di valori positivi, come il bio, il local, il traditional, l’ecosostenibilità, svilupo solidale, con una potenzialità enorme di presa e diffusione su un segmento molto ampio della long tail del suo potenziale sviluppo.

Un punto di debolezza sul quale Cofarming dovrà investire molto appare, invece, quello dell’investimento. Infatti, siccome è centrale nella business l’idea del ribaltamento, soprattutto culturale, da una sistema dell’acquisto a quello dell’investimento, bisogna considerare le prevedibili resistenze e perplessità degli utenti che devono in qualche modo cambiare la loro abituale fruizione di approvvigionamento.
Cofarming, però, potrà comunicare in maniera semplice ma efficace un’idea che è parte integrante della sua mission e cioè che quell’investimento non solo rende il cofarmer parte integrante del processo di produzione ma libera anche il contadino dai costi di investimento (soprattutto bancari) e dal rapporto oggi inevitabile con la GDO, con il risultato quindi che: i costi si abbassano così che ci guadagnano i contadini e i cofarmers; il cofarmer non dovrà più semplicemente limitarsi a scegliere, e quindi magiare, solo quello che la GDO ha scelto per lui, ma sarà parte attiva di un processo decisionale e produttivo.
Per concludere: a che punto è Cofarmig?
Lo troviamo su Eppela a fare crowdfunding, naturalmente!

Commenti