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Panda 2.2 è tra noi, proviamo a fare un pò di chiarezza? Libera traduzione dell’articolo citato

La notizia ormai rimbalza su tutto il web, Google ha lanciato una nuova versione 2.2 di Panda, il nuovo algoritmo per privilegiare i siti che offrono che contenuti di un certo valore.

La nuova versione di Panda, attiva dal 16 giugno scorso, si prospetta in realtà più come un ranking factor più che un vero e proprio algoritmo.

Un fattore non secondario per chiunque sia stato Pandified, ovvero colpito dalle nuove regole imposte da Google, e spera di recuperare posizioni nelle serp.

Mi spiego meglio: il motore di ricerca classifica i siti sulla base di una algoritmo, che assegna un punteggio ad ognuno considerando diversi fattori, che possono essere on page (tag title, meta tag, keyword density…), oppure off page (link popularity , trust rank, page rank), un ranking factor quindi è solo una parte dell’algoritmo.

Il cambiamento di un algoritmo alla base delle query (così com’è stato per Florida o Vince) implica una riprogettazione massiccia del programma, che può portare a giorni di instabilità nelle classifiche (ricordate la Google Dance di qualche anno fa?), e soprattutto un radicale sconvolgimento delle serp.

Panda invece è solo un valore che alimenta l’algoritmo generale di Google, in pratica col nuovo aggiornamento ogni pagina di un sito ottiene un punteggio PandaRank, se il punteggio è alto la pagina vola nelle serp, ma se è basso funziona da vera e propria zavorra; di qui lo sconvolgimento cui abbiamo assistito negli ultimi giorni.
Cercando un esempio nel campo culinario (che mi viene particolarmente naturale!) è un po’ come se l’algoritmo utilizzato da Google fosse una ricetta, ogni ingrediente ha un’importanza fondamentale nella riuscita della preparazione generale, se stiamo preparando dei biscotti Panda è un po’ come le gocce di cioccolato, incidendo sia nel gusto finale che nella qualità degli stessi.

Panda è un filtro che Google ha progettato per individuare la qualità dei contenuti dei siti, al fine di penalizzare quelli ottimizzati esclusivamente per i motori di ricerca invece che per gli utenti, o altre manovre di black hat SEO.
Ogni valutazione si riferisce esclusivamente alla singola pagina, quindi essere Pandified non significa che l’intero sito è escluso da Google, ma che le pagine all’interno del sito sono state penalizzate in quanto non corrispondenti alle esigenze.

Un ulteriore precisazione per tutti coloro che hanno visto il proprio sito crollare in seguito all’avvento di Panda: Google periodicamente procede con alcuni cambiamenti del filtro, tornado alla metafora culinaria, è passato dai biscotti con le gocce di cioccolato fondenti, a quelle al latte, e poi a quelle al cioccolato bianco.
Ogni aggiornamento dovrebbe essere un miglioramento delle versioni precedenti, quindi siti che sono stati ingiustamente penalizzati da altre versioni potrebbero risalire grazie Panda 2.2.

L’argomento SEO non è sicuramente tra i più semplici: da un lato la SEO analysis è considerata la branchia più specifica del web marketing in quanto richiede conoscenze specifiche in più settori, dall’altro è difficile perché non si conoscono gli algoritmi alla base dei principali motori di ricerca.
Un buon esperto SEO quindi deve la sua formazione ad una serie di tentativi, di ricerca, di prove ed errori e di studi sul campo, un’esperienza che non si acquisisce sicuramente in pochi giorni.

Al proposito mi sono imbattuta recentemente nella lettura del libro “SEO e SEM, guida avanzata al web marketing”, scritto da Marco Maltaversi con la collaborazione di Valentina Turchetti e di altri autori internazionali.
Gli autori introducono il lettore nel vivo del SEM, invitandolo alla prova pratica e segnalando numerosi tool al supporto delle decisioni da prendere.

Non si tratta quindi di una ricerca asettica, ma di uno strumento che vuole offrire il know how necessario a tutti coloro che si occupano per professione di web marketing, spaziando dalle funzionalità dei motori di ricerca a ad un’analisi precisa dei fattori interni ed esterni che incidono sul ranking.

Un capitolo a parte è dedicato allo scottante black hat SEO, visto con un occhio particolarmente critico dagli autori, in quanto permette di ottenere una immediata visibilità nelle serp tramite operazioni non considerate lecite dai motori di ricerca (non a caso vi è anche un capitolo sulle sanzioni!).

Decisamente interessante l’approfondimento dedicato alla SMO (Social Media Otimization), non limitato ai soliti Facebook e Twitter ma che affronta l’ottimizzazione SEO anche per i social di nicchia, settore decisamente in crescita nell’ultimo periodo.

Una buona guida per tutti coloro che vogliono approfondire con occhio critico le tecniche della Search Engine Optimisation, che insegna che l’unico modo per arrivare al vertice delle serp è quello di offrire contenuti di qualità all’utente.

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